Visualizzazione post con etichetta libri. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta libri. Mostra tutti i post

giovedì 20 gennaio 2011

In un romanzo di Carlotto, il fascino della "Barberia" a cavallo tra il XVI e il XVII secolo


In decine di migliaia si convertirono all'Islam nel periodo tra il XVI e il XVII secolo, unendosi ai corsari musulmani provenienti dal Nord Africa per le loro scorrerie nei paesi costieri dei territori della cristianità. Tunisi, Algeri, Rabat: queste le loro roccaforti ubicate nei vasti territori dell'odierno Mahgreb che veniva allora indicato con il termine generico di "Barberia" dalle quali partivano continue scorribande come parte di un'attività che, a detta di alcuni, fu una continuazione delle Crociate e un'asserzione dell'indomito spirito dei musulmani, mai veramente piegati dalle mire espansionistiche e di dominio economico della Cristianità nei territori del Medio-Oriente.
Secondo alcuni contemporanei la "Barberia" fu, a tutti gli effetti, una sorta di Far West del Mediterraneo, il cui controllo era conteso tra Musulmani e Cristiani, con diritto di cittadinanza per spiriti liberi e avventurieri.
Quello dei rinnegati (o renegados, in spagnolo, o degli "apostati") rimane tutt'ora un fenomeno misterioso ed inspiegabile, anche perchè non vi fu nulla di simile da parte dei Musulmani: non si registrarono quasi mai defezioni o conversioni. I Musulmani venivano tratti in schiavitù dai Cristiani e tali restavano, fedeli alla loro cultura e al loro credo religioso.
Perchè in tanti rinnegarono la loro fede, divendendo quelli che furono definiti i "cristiani di Allah"?
Uno dei pochi studi su questo fenomeno, attualmente disponibile è quello di Peter Lamborn Wilson, anche conosciuto come Akim Bey (uno scrittore politico nordamaericano, saggista e poeta, autore del classico TAZ. Zone temporaneamente autonome). Wilson nel suo saggio Le repubbliche dei pirati. Corsarimori e rinnegati europei nel Mediterraneo (Shake edizioni, 2008) ipotizza che si sia trattato di una forma di resistenza sociale e che tanti trovassero uno sbocco fecondo per un rinnovamento della propria esistenza in un clima non oppressivo ed oscurantista, come era divenuta l'Europa della Controriforma.
Nel suo saggio di ampio respiro, Wilosn - naturalmente interessato per via dei suoi preceenti saggi - a tutte le forme di resistenza sociale - si focalizza particolarmente sulla Repubblica corsara di Salé (l'odierna Rabat), la forma più evoluta tra tutte le comunità corsare del Nord Africa.
Come integrazione, ricca di quei cromatismi che solo possono derivare dalla narrativa, "Cristiani di Allah. Un noir mediterraneo" (2008) di Massimo Carlotto (per i tipi di E/O, 2008), perfetttamente documentato, ci dà un'idea di com'era la vita nel Nord Africa popolato dai Saraceni e divenuto nel frattempo zona di influenza dell'Impero ottomano, ispirandosi in questo liberamente, come fonte documentaria al volume "I cristiani di Allah" di Bartolomé e Lucille Bennassar, pubblicato nel 1991 in traduzione italiana da Rizzoli e oggi purtroppo introvabile.
Pirpiri, giannizzeri, bey, schiavi e rinnegati, moriscos, musici tratti in schiavitù, monaci redentoristi fanno parte della moltitudine di personaggi che compaino in questo romanzo storico che, con le sue coloriture noir, ci introduce nel mondo "libero" di Algeri dove tanti cristiani decidevano di andare a stare da rinnegati per potere vivere le proprie inclinazioni (come l'omosessualità: ed è il caso del protagonista, con la sua passione per il germanico Othmane) e per poter trovare rapidamente la via verso l'agio, la ricchezza, la dissolutezza.
Un mondo tendente al tramonto, perchè sempre più dominato dalla forza militare turca, rappresentata dai temuti giannizzeri, cui in virtù di accordi di pace sono stati concessi diritti (e privilegi) immensi.
Questo mondo, oltre che dal volume già citato, è illuminato da un altro libro oggi pure introvabile, purtroppo: si tratta della storia autobiografica di Emanuel de Aranda che, commerciante e appartenente all'alta borghesia di Bruges, venne tratto in schiavitù dai pirati di Algeri e che, dopo un lungo periodo di cattività, grazie all'intervento di mediatori e dietro pagamento d'un congruo riscatto, riuscìa fare ritorno alla civilità nord europea (Emanuel De Aranda, Il riscatto, Serra e Riva editori, 1981).
Il romanzo di Carlotto ci illumina sula condizione dei cristiani che vengono tratti come schiavi dai Saraceni per poi chedere un riscatto - grazie all'intercessioni di speciali confraternite religiose che lucravano le loro tangenti da queste operazioni - ma anche sulla condizione e sulle motivazioni dei "rinnegati", cioà di coloro che, venendo dal mondo della cristianità, decidevano di convertirsi all'Islam e, infine, sulle scorrerie dei Saraceni lungo le coste dell'Italia e della Francia (comprese le grandi isole) alle ricerca di bottini, di merci pregiati, di schiavi, in ciò coadiuvati in modo determinante proprio dai rinnegati che guidavano le scorrerie nei luoghi che a loro erano noti e di cui conoscevano debolezze e punti di vulnerabilità, frequentemente alla ricerca di vendette.
Il volume nasce come come "concept book": è accompagnato infatti da un godibile CD contenente delle musiche appositamente costruite per il romanzo da Maurizio Camardi e Mauro Palmas e che andrebbero ascoltate come "colonna sonora" e contrappunto di ciascun capitolo.
Le musiche si avvalgono di antichi strumenti maghrebini, quali il Duduk.
Cristiani di Allah - nella filiera letteraria di Massimo Carlotto - si pone come un romanzo insolito che, ciò nondimeno, pur con la sua particolare cornice storica, si tinge di noir e forse anche di una certa coloritura autobiografica visto che Readouane e Othmane sono ambedue dei fuoriusciti (a cui indubbiamente vanno tutte le simpatie dell'autore).
Proprio per questa lieve incursione nel noir, il sottotitolo recita: "Noir mediterraneo".


La sintesi del volume.
Algeri, 1541. Il Mediterraneo è teatro di guerre, razzie, traffici di schiavi, scontri ideologici e religiosi. La possente armata di Carlo V, punta di lancia della Cristianità, viene annientata alle porte della capitale nordafricana dai corsari di Hassan Agha, che reggono la città per conto del sultano di Costantinopoli. I corsari sono in gran parte dei rinnegati, ossia degli europei cristiani che hanno abbracciato l'Islam, per interesse, come scelta di libertà o più semplicemente per poter saccheggiare navi e depredare coste nel Mediterraneo sotto la protezione della Sublime Porta. Anche Redouane e Othmane, i protagonisti del romanzo, sono dei corsari rinnegati. Il primo albanese, il secondo tedesco, ex lanzichenecchi, hanno scelto là libertà di Algeri, da dove salpano sul loro sciabecco per le scorrerie e dove credono, di poter vivere indisturbati la loro storia d'amore proibita. Othmane però commetterà l'errore di invaghirsi-di un giannizzero, uno dei fanatici e spietati cani da guardia del sultano, e trascinerà anche Redouane in un gorgo di vendette, agguati, intrighi.

giovedì 16 dicembre 2010

Ne "L'isola della follia" una nuova avventura di Aloysius Pendergast, agente dell'FBI con poteri speciali


L'isola della follia (Fever dream, Rizzoli, 2010) è il nuovo romanzo della premiata ditta Preston-Child, che non manca mai il consueto appuntamento annuale con i propri fan.
Anche questa volta si tratta di un'avventura appartenente al corpus di storie che hanno come protagonista l'agente speciale dell'FBI, Aloysius Pendergast ed alcuni suoi comprimari. In questo romanzo che - come i precedenti - presenta un fitto intreccio tra mistery, poliziesco e action thriller gli scenari si spostano ad un ritmo vorticoso, mentre Pendergast, spalleggiato prima dal tenente del NYPD Vincent D'Agosta e poi da Laura Hayward (capitano del NYPD, nonchè moglie di D'Agosta), seguono l'usta d'un omicidio commesso più di 12 anni prima, inizialmente rubricato come atroce incidente di caccia: la morte di Helen, moglie dello stesso Pendergast. I metodi di indagine di Pendergast sono del tutto non convenzionali e assolutamente reprensibili, eppure funzionano e sono efficaci.
Gli scenari sono continuamente mobili, anche se - alla fine - il nucleo più vivo della vicenda finisce con il concentrarsi nel profondo Sud degli Stati Uniti, nel cuore misterioso e paludoso della Louisiana.
Per svelare l'intreccio i due dovranno passare al setaccio i più tenui indizi per ridare vita ad una traccia ormai fredda, passando dall'interesse di Helen per John James Audubon (Les Cayes, Haiti, 26 aprile 1785 – New York, 27 gennaio 1851), un ornitologo statunitense di origine francese, famoso soprattutto per avere realizzato 435 illustrazioni di uccelli americani (date alle stampe in volumi di grande formato: The Birds of America), surclassando il lavoro precedente di Alexander Wilson, e dagli interrogativi posti dall'improvviso accendersi del suo genio rappresentativo, ai misteri loschi delle ricerche biologiche condotte da scienzati senza scrupoli per isolare nuovi farmaci dotati di possibilità d'applicazione promettenti e futuribili.
Come accade sempre più di frequente nella saga delle indagini svolte al nostro Pendergast il finale del romanzo rimane aperto.
Si giunge, sì, ad una parziale risoluzione dell'intreccio, è ovvio: altrimenti il lettore rimarrebbe deluso, ma nella stesso tempo c'è una coda di trama che, lasciata insoluta, promette un nuovo seguito altrettanto avventuroso, come pure rimane insoluta la vicenda della protegée di Pendergast, Constance Greene che, in questo romanzo fa una fugace comparsa in collegamento con un nuovo mistero (la morte del proprio figlio, ancora in tenerissima età, durante una traversata atlantica).
A questo punto, occorrerebbe un piccolo dizionario per muoversi a proprio agio nel complesso mondo delle indagini di Pendergast e dei suoi comprimari: insomma, ci vorrebbe una sorta di guida alla lettura, soprattutto per quanti - non ancora aficionados - abbiano la sorta di entrare nella saga con questa storia. Tra i romanzi che vi fanno capo citiamo Dossier Brimstone, La danza della morte, Il libro dei morti, La ruota del buio e Il sotterraneo dei vivi.
E' una lettura di puro intrattenimento che non lascia delusi i lettori desiderosi di storie: e quanto più queste sono interminabili e ad episodi successivi che si intrecciano l'un con l'altro, tanto meglio è. Preston e Child, in questo senso, sono tra i rappresentanti del moderno feuilleton di un tempo, riconettendosi direttamente in qualche misura, ad opere come I misteri di Parigi di Eugène Sue.
Douglas Preston e Lincoln Chil, in una nota conclusiva alla loro opera, annunciano che, senza abbandonare le storie di Pendergast, inaugureranno nel 2011, un nuovo filone di romanzi che avranno come protagonista un investigatore dallo strano nome, Gideon Crew.
"Ci stiamo divertendo come matti a scrivere il primo romanzo che verrà pubblicato nel 2011. Ci dispiace di non potervi fornire maggiori informazioni al riguardo, ad eccezione del titolo: Gideon's sword. Vogliamo che tutto il resto sia una sorpresa" - così scrivono.
Intanto, i due, inaugurano nel loro sito web ufficale i "Pendergast files" in cui - lungi dal volere essere celebrativi su se stessi e sulla propria attività - forniranno ai lettori una serie di anticipazioni su Pendergast o su Gideon Crew, propri inediti e testi scartati dalla produzione ufficiale a stampa, fotografie che documentano i viaggi di Douglas Preston e le ricette tratte dalla repertorio gastronomico di Lincoln Child nella sua veste di grand gourmet e tanto altro.
Nella first issue dei Pendergast files i due autori inteloquiscono, in un'intervista fittizia, proprio con Aloyisius Pendergast in persona.

Dal risguardo di copertina
Il tempo della verità è arrivato, per l'agente Aloysius Pendergast. Sono passati dodici lunghi anni da quel tragico incidente in Africa, quando lui e Helen, giovani sposi, stavano dando la caccia al Dabu Gor, un gigantesco leone dalla criniera rosso sangue mangiatore di uomini. Di fronte all'animale, però, Helen aveva mancato il colpo, e in un attimo da predatrice si era trasformata in preda. Impotente e disperato, Aloysius l'aveva vista morire davanti ai suoi occhi.
Ma il destino trova sempre il modo per sconvolgere qualunque certezza. E così quando a distanza di anni, nella dimora di famiglia in Louisiana, Pendergast imbraccia il fucile con cui Helen aveva sparato quel maledetto giorno, viene alla luce un dettaglio inquietante: l'unico proiettile rimasto è caricato a salve. Sua moglie non aveva sbagliato il colpo: non aveva mai sparato davvero.
È chiaro che Helen è stata assassinata. Inizia così per il geniale agente dell'FBI, in coppia con il tenente del NYPD Vincent D'Agosta, l'indagine più difficile che abbia mai affrontato. Perché questa volta la posta in gioco è una sola: la vera identità di sua moglie.
A guidare Pedergast in un vorticoso e inquietante viaggio nel suo passato, la misteriosa ossessione che Helen gli ha sempre tenuto nascosto: un virus sconosciuto e mortale che precipita le sue vittime nel cuore oscuro della follia. Con L'isola della follia ritorna l'agente Aloysius Pendergast, uno dei personaggi più amati usciti dalla penna di Douglas Preston e Lincoln Child, in un thriller teso e appassionante che si muove sull'ambiguo confine tra giustizia e vendetta.

Gli autori
Douglas Preston è nato nel 1956 a Cambridge nel Massachusetts, è laureato e inizia la sua carriera di scrittore con un volume sul Museo di Storia Naturale di New York, in questa occasione conosce Lincoln Child editor in una casa editrice. L'idea di scrivere un romanzo a quattro mani venne a Preston e Child accettò di buon grado: il risultato della loro prima collaborazione Relic da cui è stato tratto anche un film di discreto successo.
Lincoln Child è nato nel 1957 a Westport nel Connecticut, laureato anche lui, ha lavorato per vari anni nel campo dell'editoria.
Entrambi gli scrittori hanno scritto ottimi romanzi anche individualmente.


domenica 14 novembre 2010

"La psichiatra", opera d'esordio di Wulf Dorn: uno psycho-thriller davvero ben costruito


Lo psycho-thriller è un sotto-genere della più ampia categoria letteraria e cinematografica del thriller che accoglie in sè, tuttavia, anche elementi propri del mistery e del dramma (tipici e fondanti del thriller, non semplicemente d'azione), ma anche elementi ascriibili tout court più propriamente alla letteratura horror.
La psichiatra (dell'esordiente Wulf Dorn, publicato in Italia per i tipi di Corbaccio, 2010), che in Germania - grazie al passaparola tra i lettori - ha avuto un enorme successo di pubblico, appartiene appunto alla categoria del psychothriller, con elementi che all'inizio farebbero pensare al medical thriller, dal momento che l'esordio della narrazione è l'inquietante rapporto che si stabilisce tra una dottoressa, Ellen Roth, psichiatra molto apprezzata in una grande clinica privata (l'immaginaria Waldklinik) ed una misteriorsa paziente che sembra essere reduce da maltrattamenti e abusi (le appare sporca e ricoperta di lividi, alla prima visita) e che se ne sta rannicchiata, muta e spaurita, nell'angolo della stanza che le è stata assegnata. Chi è l'Uomo Nero che l'avrebbe maltrattata e sul conto del quale la misteriosa donna pronuncia delle frasi smozzicate, riottosa a qualsiasi tentativo di stabilire un contatto con lei??
Ellen Roth cerca di approfondire la questione, entrando maggiormente in contatto con la paziente, senonchè costei misteriosamente scompare, così come altrettanto misteriosamente era giunta nella Clinica il giorno prima (nessuno l'aveva vista, né ne serbava memoria).
Viceversa, compare un misterioso personaggio che prende a vessare la stessa dottoressa, sollecitandola ad andare avanti in una ricerca sempre più frenetica nel tentativo di salvare la donna scomparsa e, nello stesso tempo, mettendola in un confronto stretto con la convinzione degli altri che sia lei a manifestare segni di follia, forse perchè è sottoposta ad uno stress eccessivo.
Da thriller medico-psichiatrico lo scenario si trasforma in quello di uno psycho-thriller, leggendo il quale si scende nelle profondità insondabili di una mente umana gravemente turbata in uno scenario sempre più da incubo e il lettore, costretto a doversi calare verso il cuore oscuro di una follia antica, è trasportato con numerosi colpi di scena vieppiù incalzanti verso la soluzione del mistero.
Sul quale, ovviamente, non si può dire nulla, per non rovinare ai lettori il piacere della scoperta.
La narrazione di Dorn procede con grande slancio sino ad un certo punto, poi, rallenta: il punto debole di ogni psycho-thriller è il momento delle spiegazioni psicopatologiche, secondo una tradizione messa a punto , in modo magistrale, da Hitchcock con il suo celebrato Psycho che culmina con la descrizione icastica della follia profonda di Anthony Perkins e del suo sdoppiamento di personalità.
Ma la spiegazione psicopatologica - per essere efficace - deve essere data in modo fulminante, senza dare al lettore il tempo di razionalizzare: c'è il rischio altrimenti di fare scadere la propria narrazione alla pagina di un testo di psicopatologia oppure a quella di un volume di casi clinici.
Il romanzo di Dorn che rivela di possedere una grande maestria narrativa, con una scrittura agile ed incisiva, fornisce un'esemplificazione paradigmatica delle tematiche riguardanti il maltrattamento e l'abuso dell'infanzia, gli stati dissociativi della mente, l'incidenza di stati allucinatori e di tematiche deliranti nell'influenzare pesantemente il rapporto con la realtà, tematiche che, peraltro, l'Autore conosce bene per via del suo lavoro come logopedista presso una struttura psichiatrica.

Sintesi del romanzo (dal risguardo di copertina)
Lavorare in un ospedale psichiatrico è difficile. Ogni giorno la dottoressa Ellen Roth si scontra con un'umanità reietta, con la sofferenza più indicibile, con il buio della mente. Tuttavia, a questo caso non era preparata: la stanza numero 7 è satura di terrore, la paziente rannicchiata ai suoi piedi è stata picchiata, seviziata. È chiusa in se stessa, mugola parole senza senso. Dice che l'Uomo Nero la sta cercando. La sua voce è raccapricciante, è la voce di una bambina in un corpo di donna: le sussurra che adesso prenderà anche lei, Ellen, perché nessuno può sfuggire all'Uomo Nero. E quando il giorno dopo la paziente scompare dall'ospedale senza lasciare traccia, per Ellen incomincia l'incubo. Nessuno l'ha vista uscire, nessuno l'aveva vista entrare. Ellen la vuole rintracciare a tutti i costi ma viene coinvolta in un macabro gioco da cui non sa come uscire. Chi è quella donna? Cosa le è successo? E chi è veramente l'Uomo Nero? Ellen non può far altro che tentare di mettere insieme le tessere di un puzzle diabolico, mentre precipita in un abisso di violenza, paranoia e angoscia. Eppure sa che, alla fine, tutti i nodi verranno al pettine...

Wulf Dorn (Germania) è nato nel 1969. Ha studiato lingue e per anni ha lavorato come logopedista per la riabilitazione del linguaggio in pazienti psichiatrici. vive con la moglie e il gatto vicino a Ulm, in Germania.

La psichiatra è il suo primo romanzo ed è diventato un successo grazie al passaparola dei lettori.


mercoledì 22 settembre 2010

Gli ammazzavampiri di Claudio Vergnani alle prese con gli orrendi succhiasangue-zombie del Modenese


Claudio Vergnani è uno scrittore emergente: dopo una vita in cui s’è dedicato alle cose più disparate sfuggendole nel contempo, sembra aver trovato nella passione per la scrittura un filo conduttore e una sorta di “porto” in cui soffermarsi. Il 18° vampiro (Gargoyle, 2009), suo poderoso esordio, offre una capacità di scrittura che va indubbiamente al di là della letteratura di genere e – come si intuisce – che potrà produrre opere di più ampio respiro. Il romanzo ci mostra, forse, anche qualcosa dell’autore attraverso il protagonista (che possiede un po’ alcune qualità intermedie tra il soldato di ventura e l’ebreo errante) e altri suoi comprimari (come “l’amica”, Vergy o Gabriele), costantemente in “fuga” o comunque condannati a una vita “nomade” nel perseguimento d’una missione comune che è quella di sopprimere quanti più vampiri possibile.

In questo senso, siamo di fronte a una vicenda di veri “ammazzavampiri” che si muovono tra Modena, Venezia e l’Appenino tosco-emiliano. E, per far ciò, sono costretti a condurre un’esistenza randagia, senza troppi legami, senza un lavoro stabile, senza amori: la loro è una vita declinata in una condizione di costante precarietà e di continua esposizione al pericolo. Ciò che è apparentemente routine, può in effetti trasformarsi di colpo in una situazione di pericolo, dal momento che anche quanto gli ammazzavampiri credono di sapere è molto fragile e parcellare: in realtà, come uno di loro ammetterà in seguito «...dei vampiri non sappiamo nulla».

Dei vampiri viene data per scontata l’esistenza: semplicemente, ci sono. Vergnani non si preoccupa di spiegarci da dove siano venuti e quando. I suoi vampiri sono del tutto originali: innanzitutto, sono ferocissimi – il “classico” morso sul collo, con l’ausilio di canini appuntiti e aguzzi, è al confronto una pratica gentile e quasi erotica –, vampiri che lacerano e straziano corpi, abbeverandosi del sangue delle loro vittime come da un idrante reciso. In secondo luogo, sono assai simili agli zombie sia nel loro aspetto “verminoso” e disfatto, sia nel loro modus operandi.

Gli amazzavampiri modenesi sembrano essere i perfetti praticanti delle indicazioni enciclopediche di autodifesa contenute in Manuale per sopravvivere agli zombi (Max Brooks, Einaudi, 2006): i vampiri-zombie, peraltro, rappresentano un avamposto della genìa dei vampiri e ne costituiscono soltanto la fanteria d’assalto. Dietro s’intravede un secondo livello di “eletti”: esseri potenti e dalle molte vite, come Grimjank, mutuato da una famoso racconto horror di W.T. Webb (che, di vite, ne ha avute ben 18) e che vive in una rocca antica, oppure come i “Maestri” – maggiormente rispondenti ai canoni del vampiro “classico” – crudeli e vendicativi e implacabili al punto di scatenare una cupa apocalisse finale. La storia è, poi, in realtà la narrazione delle vicissitudini on the road di questi tormentati ammazzavampiri che non trovano mai quiete e la cui esistenza va incontro a livelli di crescente complicazione, via via che i vampiri realizzano che essi rappresentano delle “moleste minacce” al loro status quo, dunque di cui sbarazzarsi con scherzi macabri e sinistri.

Vergnani si sofferma minuziosamente a descrivere i movimenti, il modo di organizzarsi, le perplessità ed incertezze di questo gruppo di trasandati avventurieri, in un flusso lento e ipnotizzante dove le apparizioni dei vampiri finiscono con l’assumere un ruolo marginale, mai dominante. Personaggi dal passato militare (e ciò riflette alcune delle fugaci esperienze di vita dell’autore), con la stoffa degli anti-eroi, sostanzialmente sfigati e marginalizzati dalla vita: se non ci fosse l’obiettivo di distruggere i succiasangue (che non ha alcuna risonanza pubblica, e dunque non porta ad alcun riconoscimento) non avrebbero nulla in mano e sarebbero delle nullità.

Claudio Vergnani in quest’opera mostra indubbiamente una grande creatività nel modo in cui manipola gli elementi propri del genere: non soggiace a quasi nessuna delle convenzioni letterarie che a esso sono proprie (a parte il topos dei vampiri=creature della notte, ma anche questo utilizzato in modo non rigido) e ricorre ampiamente alla contaminazione per dar vita a figure sui generis che suggeriscono una pagina nuova e assolutamente originale nella letteratura horror.

Interessante la modalità di una scrittura molto nello stile hard-boiled che presenta, soprattutto all’inizio e alla fine, due diversi piani temporali che si intersecano tra loro con un continuo rimando dall’uno all’altro (e rimarcati dall’uso di un differente carattere di stampa): un artificio che consente all’autore di coprire un arco di tempo molto maggiore.

Il volume, con delle notazioni redazionale precise ed esaurienti – secondo lo stile consolidato della casa editrice – è arricchita di una stimolante introduzione dello sceneggiatore e saggista Dario Maria Gulli.

Esce adesso, sempre per i tipi di Gargoyle Books, Il 36° giusto che si pone come un seguito delle vicende narrate nel primo romanzo: nella conclusione de Il 18° vampiro c’erano già le premesse di una ripresa della storia degli ammazzavampiri modenesi, piombati nell’occhio del ciclone e ora al centro dell’attenzione dell’antica genìa dei “Maestri”.

Dal risguardo di copertina de Il 18° vampiro
«...sbarco il lunario uccidendo vampiri. Non è un compito difficile, ed è sempre meglio che lavorare. lo e i miei compagni li distruggiamo durante il giorno, mentre dormono il loro sonno di morte, nascosti nei loro miserabili covi. Non possono reagire. Un paio di colpi di mazzuolo ed è fatta. Forse non è il mestiere più bello del mondo, ma è facile e socialmente utile. Non occorrono coraggio o particolare determinazione. Non serve essere animati dal sacro fuoco della giustizia. Serve solo un po’ di pratica e tanta disperazione. Per certi versi è come la disinfestazione di topi o insetti: fai quello che devi fare, sopportando il disgusto, e poi te ne torni a casa. Sempre che non si finisca per esagerare, per passare la misura. Il problema è che non sapevo che esistesse un confine. L’ho saputo solo dopo averlo oltrepassato. E, a quel punto, tornare indietro non era più possibile...»

L’Autore. Nato a Modena, svogliato studente di Liceo Classico, ancor più svogliato studente di Giurisprudenza, preferisce passare il tempo leggendo, giocando a scacchi e tirando di boxe. Allontanato dai Vigili del Fuoco, dopo una breve e burrascosa parentesi militare ai tempi del primo conflitto in Libano, sbarca il lunario passando da un mestiere all'altro, portandosi dietro una radicata avversione per il lavoro. Dalle palestre di bodybuilding alle ditte di trasporti, alle agenzie di pubblicità, alle cooperative sociali, perso nei ruoli più disparati ma sempre in fuga da obblighi e seccature. Il 18° Vampiro è il suo primo romanzo.

martedì 10 agosto 2010

In Gone la rivisitazione in chiave moderna de Il signore delle mosche di Golding


Come sarebbe un mondo senza adulti? Nessun lampo di luce. Nessuna esplosione. Un istante prima erano lì, come sempre. Un istante dopo erano scomparsi. Tutti. Tranne i ragazzi. E il romanzo di Michael Grant, Gone (Rizzoli, 2009), stranamente pubblicato in una collana per ragazzi e consigliato a lettori da 12 anni in su, racconto le loro prime 299 ore.

Il signore delle mosche
di William Golding, premio Nobel per la letteratura 1983, ipotizza una situazione-limite (si tratta di un romanzo a tesi, per alcuni aspetti) in cui, nel corso della II guerra Mondiale, un aereo che trasporta gli studenti di un college in un luogo più sicuro precipiti poco al largo di un’isola del Pacifico. La maggior parte dei ragazzi (maschi e femmine) si salva, ma tutti gli adulti che li accompagnano e che ne hanno la responsabilità muoiono, compresi i piloti dell’aereo. I ragazzi si trovano nella necessità di organizzarsi in un modo “democratizzante” con un’equa ripartizione degli oneri e delle responsabilità (e l’attivarsi di un atteggiamento protettivo nei confronti dei più piccini) e di predisporsi alla sopravvivenza in un ambiente ostile. Subito, si delineano delle differenze tra gli uni e gli altri e, sotto stress, di alcuni emergono maggiormente alcune derive caratteriali, prima tenute sotto controllo dalle istanze educativa. Presto il gruppo si spacca in due fazioni, una costituita da quei ragazzi che hanno introiettato un codice etico, e l’altra a cui aderiscono quelli più sensibili al fascino della violenza, del sopruso e della prevaricazione.

L’emblema di tutto ciò è una testa di maiale selvatico che viene conficcata su di un ramo aguzzo e che, pur ricoperta dalle mosche, diventa per i secondi una sorta di animale totemico ed ispiratore (Il signore delle mosche, appunto).

La situazione rapidamente precipita sino all’attivarsi di una vera e propria guerra e al primo morto; peggiorerebbe ancora se non arrivassero gli adulti, nella forma di autentico deus-ex-machina, a riprendere in mano la situazione e a riportare tra i ragazzi smarriti la legge morale (anche se si tratta di una legge morale debole, dal momento che proprio gli stessi adulti assenti sono stati in guerra e si sono uccisi a vicenda).

In ogni caso, dopo la contaminazione da parte del Male, niente sarà più come prima.

Il romanzo alimenta con forza una visione del mondo molto pessimistica e esprime un atto di accusa nei confronti di un’eccessiva fiducia nella ragione, nel progresso e nella tecnologia, mentre è tangibile la convinzione che sempre si deve fare i conti con il Male che, senza argini e senza comportamenti “controllo” tenderebbe a dilagare e a prendere il soppravvento anche tra coloro, che sarebbero in una cornice “normata” tendenzialmente retti e buoni. In altri termini, la tesi proposta da Golding è che in un mondo anomico si genera, quasi autonomamente, il male.

Il recente romanzo di Michael Grant (sua prima prova narrativa), Gone, propone una situazione simile, ma senza la conclusione liberatoria di Golding, cioè senza l’arrivo salvifico degli adulti portatori di un codice morale.

In una cittadina costiera degli Stati Uniti (Perdido Beach) dominata da un’inquietante centrale nucleare subito nell’entroterra, all’improvviso, in un istante, tutti quelli al disopra di 16 anni scompaiono nel nulla, mentre la città e il territorio circostante vengono chiusi all’interno di una bolla o cupola invisibile o campo di forza (forse sostenuto da un campo di forza), all’esterno del quale il resto del mondo potrebbe essere scomparso.

Il romanzo racconta le prime 300 ore di questo mondo (un po’ meno di 13 giorni).

I ragazzi scoprono anche, con angoscia, che anche chi si trova a compiere il 16° anno scompare in un attimo, ma hanno anche la sorpresa di constatare che molti di loro hanno acquisito dei poteri straordinari, quasi fossero dei mutanti.

Come ne Il signore delle mosche i più grandi si organizzano in una parvenza di società in cui vige la distribuzione dei compiti e delle responsabilità sulla base delle abilità e delle competenze individuali: tutto potrebbe andar bene se non fosse per gli studenti della Coates Academy, una sorta di collegio per ragazzi deviati che capeggiati dal malvagio Caine (il nome è tutto un programma) vogliono prendere il controllo su gli altri ragazzi e soprattutto asservire (e neutralizzare) quelli dotati di super-poteri.

Si assiste, attraverso molte vicissitudini ad una degenerazione progressiva dei rapporti tra i due gruppi e ad un’escalation della conflittualità sino ad uno stato di guerra aperta.

Sam (che scopre di essere fratello gemello di Caine), a capo del gruppo dei buoni, alla fine, malgrado tutto riuscirà a trionfare, ma la prosecuzione del conflitto è solo rimandata. Caine, risparmiato dalla clemenza di Sam, infatti, architetta la sua vendetta, volgendosi al Male.

Gone è interessante, indubbiamente per la tematica che pone e per il modo in cui la tratta, visto anche il suo antecedente illustre. Ma Il signore delle mosche riesce ad essere ben più metafisico, senza peraltro tirare in ballo ipotesi fantascientifiche e spiegazioni esoteriche.

Gone, alla fine, lascia i lettori più esigenti un po’ delusi, perché non fornisce alcuna spiegazione stringente sulla genesi della cupola, né sull’origine dei super-poteri dei ragazzi.

Du essi non si comprende bene se siano un effetto secondario della cupola oppure se non siano stato slatentizzato (o potenziato) qualcosa che era già preesistente in loro. Forse c'entra in qualche misura la centrale niucleare. Non si sa.

In più, in modi che rimangono narrativamente poco sviluppati, viene tirata in ballo, come spiegazione ultima l’Oscurità, in altri termini un principio malefico che s’è infiltrato all’interno della cupola e che è pronto ad asservire chi sia disposto ad abbandonarvisi.

Il finale di Gone non è una vera conclusione ma prelude, secondo me, ad un sequel prossimo venturo che, in qualche misura, preconizza una situazione analoga alla fiction fantascientifica Lost.

In ogni caso, è un libro godibile anche per le sue importanti affinità (non dichiarate esplicitamente dall’autore, ma sicuramente derivanti dal suo background formativo) con Il signore delle mosche di Golding, anche se qui la storia non si pone in termini di apologo morale, perché non ci sono gli adulti salvatori che ritornano per riprendere in mano le cose, ma solo la presenza d’una Forza oscura dilagante che, forse, prenderà il sopravvento.

Questa la sintesi del romanzo proposta nel risguardo di copertina

Non ci sono state esplosioni quando è successo. Niente esplosioni, lampi o fremiti nell'aria. Semplicemente, un attimo prima gli adulti c'erano e quello dopo non c'erano più. Nessuno sa spiegare che cosa sia successo, né perché, né tantomeno che cosa sia la forza impenetrabile che impedisce a chiunque di uscire dalla città. Ma i telefoni non funzionano, e chiedere aiuto (a chi, poi?) è impossibile. Abbandonati a se stessi, i ragazzi si riuniscono in bande, litigano, eleggono capi, meditano tradimenti. Il mondo non è più quello che conoscevano, ma anche loro sono diversi, e non solo perché l'assenza di insegnanti e genitori rileva il vero carattere di amici e compagni di scuola, ma soprattutto perché alcuni si accorgono di possedere strani, pericolosi poteri...

venerdì 2 luglio 2010

Da narcotrafficante ad imprenditore di successo: in un libro la vita di Ilàn Fernandez e la storia della sua griffe


Si legge bene il racconto di Giulio Laurenti (Suerte. Io, Ilàn Fernandez, narcotrafficante: una confesssione, Einaudi, 2010) , così bene che chi non fosse informato della reale esistenza di Ilàn Fernandez e del logo di moda giovanile, da lui creato DePutaMadre69 potrebbe pensare che la confessione autobiografica presentata nel libro sia tutta abile fiction allo stato puro.
Mi è venuto molto da pensare, mentre leggevo questa storia, al romanzo dello spagnolo Arturo Perez Reverte, (da me molto amato, come tutti gli altri di questo autore), La regina del Sud, che racconta la storia di un'intrepida narcotrafficante e delle sue molte vite (della sua capacità di sopravvivere alle avversità e di rigenerarsi): anche questo costruito come "docufiction", cioè con continui riferimenti a fatti di cronaca e con spezzoni di interviste, mentre è in realtà tutto inventato).
La storia di Ilàn Fernandez (Pablo, nella sua precedente vita di narcotrafficante rampante) è costruita in modo davvero splendido, poichè lo scrittore ha saputo sfuggire alla tentazione di procedere in via cronologica, ma ci ha dato la rappresentazione della vita di Ilàm Fernandez attraverso un gioco di incastri e continui flashback and flashforward, che realizzano un complesso intreccio tra passato e presente con qualche sprazzo di vision sul futuro di quest'uomo, l'ex-narcos Pablo, che ha saputo ricostruirsi, senza abbandonare le sue idee (tra cui quella che il destino di uomo sia "segnato" e che - prima o poi - il suo corpo accoglierà una pallottola, "l'unico gioiello che ha per custodia la carne umana", o senza mettere da parte lo stile imprenditoriale da narcotrafficante da lui costruito in modi assolutamente originali (da qui il suo successo nelle precedenti attività illecite) che ha semplicemente piegato duttilmente alle esigenze commerciali della sua nuova condizione di stilista, non tralasciando le sue radici e il senso genealogico dell'appartenenza (ad esempio, sono grandiose le citazioni del fraseggiare di "Nonno Jack", in alcuni casi autentiche perle di saggezza o a volte espressione di un modo di affrontare la vita cinico, per quanto realista).
Si comprende bene che, dietro la facciata dell'imprenditore di successo, l'ex-narcos è rimasto nella sua interezza con il suo modo "duro" di affrontare il mondo, con la capacità di ragionare in grande, con la disponibilità di "rischiare" pur di allargare i profitti della sua impresa, pur se adesso con un abito totalmente nuovo. Ilàn Ferandez mostra con il suo racconto che, nel presente, è tenuto dentro il solco della normalità dall'acquisizione di una famiglia e delle figlie che rappresentano per lui il più grande rinforzo a mantenersi nelle coordinate d'una vita integrata. Nello stesso tempo, si comprende bene dalle sue parole che la rinuncia ad una vita alla grande (dominata da una cifra narcisistico-megalomanica) in cui il valore del denaro è assolutamente relativo e secondario non è così facile e riemerge in molte forme (per quanto adesso non criminali) esasperate ed estreme - sicuramente insolite.



La sintesi del volume nel risguardo di copertina
Che cosa si prova a vivere con la morte come assidua compagna? Per più di un anno Ilan Fernández, uno dei maggiori narcotrafficanti a livello internazionale, oggi imprenditore di successo, ha raccontato a Giulio Laurenti la sua vita rocambolesca e pericolosa: anzi, le sue due vite. Quelle confessioni sono diventate un romanzo, dalla voce inconfondibile e unica, col timbro della verità definitiva. E la cocaina ci appare sotto una luce che non avevamo mai considerato, frutto come è di uno smercio intriso di morte. L'infanzia violenta a Cali, dove "si inizia con i lividi e si finisce con i buchi delle sventagliate di mitra", la rabbiosa voglia di rivalsa, i primi passi nel mondo del crimine come unico modo per restare a galla, la droga, il traffico d'armi. In poco tempo Ilan scala tutti i gradini della gerarchia criminale colombiana e a diciannove anni è il maggior responsabile della cocaina che imbianca l'Europa, oltre che il Sudamerica e gli Stati Uniti. Una vita tra lussi, eccessi, donne e Ferrari. Fino a quando, per l'ostinata caccia di un poliziotto, non viene catturato a Barcellona. Ma proprio in galera scaturisce l'idea del marchio DePutaMadre69, la rinascita. La violenza, l'ansia di riscatto, il mito della ricchezza facile, l'eccesso, l'ossessione per la performance, la corsa senza tregua verso un senso delle cose mai afferrabile.

martedì 15 giugno 2010

Wim Wenders e il senso della fotografia come antidoto all'incombere della morte


Mi piace molto Wim Wenders. Ho amato - e amo - la maggior parte dei suoi film.
Del tutto casualmente ho scoperto il suo "Palermo shooting" che, del resto, è un film nato quasi per caso, quando uno di Palermo, con agganci nell'amministrazione comunale ebbe l'idea di invitare Wim Wenders perchè facesse un film ambientato a Palermo.
Incredibilmente, Wim Wenders accettò la proposta, fluidamente, e in men che non si dica fu a Palermo con la sua troupe.
In un tempo relativamente breve realizzò la maggior parte del materiale.
Inizialmente, il film fu poco strutturato.
Soltanto dopo, venne realizzata una traccia, una storia. Germoglio un'idea.
Come spiega lo stesso Wenders in 'intervista contenuta nel libro che correda il DVD, fu la città, il luogo, a raccontare la sua storia e a condurre il regista nello sviluppo della trama.
Come del resto era già accaduto per altri film apprezzati, come era stato il caso di Lisbon story, per fare un esempio.
Questa è la trama

Finn è un fotografo di successo. La sua vita è un flusso ininterrotto di azioni: telefonate, lavoro, musica nelle orecchie, viaggi. Finn dorme pochissimo, il suo sonno è abitato da incubi. Il suo animo è torturato: scegliere ciò che davvero preme, scegliere cioè l'arte o proseguire nella lucrativa carriera della fotografia di moda? Finché una sera la morte si presenta sotto forma di un incidente d'auto, a cui il protagonista sfugge per miracolo. L'incontro sfiorato con la morte cambia la sua vita. Con la scusa di un servizio fotografico da realizzare a Palermo, Finn parte. Ciò che vuole veramente è ricominciare da zero, riavviare la sua vita come si fa con un computer bloccato. Finn si sente inseguito dalla morte, che gli appare in un personaggio misterioso sempre accanto a lui, quasi che l'appuntamento con la Fine fosse stato soltanto rimandato. Sarà l'incontro con Flavia, restauratrice impegnata a recuperare un grande affresco raffigurante il trionfo della Morte, a richiamare Finn verso la vita.

Il DVD è disponibile in commercio assieme ad un libro, intitolato "Gli spazi di un'immagine" (a cura di Frank J. Martucci), con scritti di Wim Wenders, un'intervista al regista di Bruno Di Marino, note biografice, filmografia e contributi critici. Il libro offre delle interessanti chiavi di lettura sulla poetica di Wim Wenders e sul suo particolare rapporto con i luoghi.

Nel film, ci sono tanti temi che si intrecciano inestricabilmente: la crisi esistenziale di Finn, l'impossibilità per lui di dormire e il fatto di essere visitato da improvvisi accessi di sonno nei luoghi più impensati che lo fanno affacciare su inquietanti squarci onirici che ripropongono in modo distorto e amplificato segmenti della realtà che ha appena vissuto. Ma c'è anche una riflessione profonda sulla morte e sul senso del vivere, oltre che sullo scorrere del tempo e sulla variabilità della durata in funzione di componenti soggettive; e l'interrogarsi sulla funzione del fotografo (e del cineasta) come colui che cattura la realtà con l'obietttivo della sua macchina fotografica (o da presa), ma che - così facendo - la interpreta e la reinventa (o in alcuni la manipola), combattendo allo stesso tempo proprio con il suo furor fotographandi l'effimero, il seme insidioso della putrefazione, il decadimento e l'avanzare inarrestabile della morte.
E', per l'appunto, intensa la meditazione sul tema della morte, davanti al grande e potente affresco su "Il trionfo della morte", conservato all'interno di Palazzo Abbatellis di Palermo.
Come pure è un'autentica gemma il breve colloquio con Letizia Battaglia, la grande fotografa di Palermo che ha insegnato a generazioni di giovani fotografi a gestire il difficile rapporto con la rappresentazione fotografica instantanea dei fatti di cronaca cruenti che esprimono ancora una volta il rapporto del fotografo con la morte e con il morire.

Soprattutto, è la città di Palermo a far da protagonista di questa storia "non storia", Palermo con una serie di scorci inediti del centro storico, angoli nascosti, portoni fatiscenti, dietro i quali si aprono prospettive insolite e visooni che inducono meraviglia, il porto di Palermo, ma anche Monte Pellegrino sulla cui cima più si erge una surreale foresta di tralicci e ripetitori che nessuna associazione ambientalista è riuscita a far rimuovere e che, malgrado tutto, posseggono un loro intrinseco fascino post-moderno.
Io non sapevo nulla di questo film.
Non era entrato nel circuito delle grandi sale cinematografiche. Forse a veva fatto un transito veloce in qualche cinema d'essai. L'ho scoperto casualmente in libreria nella versione libro+DVD, èper i tipi di Feltrinelli.
Palermo shooting non a tutti i Palermitani è piaciuti. Alcuni - secondo me - con molto snobismo intellettuale hanno detto che è un'autentica schifezza.
Secondo me costoro sono troppo impigliati in una forma di palermitanità asfittica ed imbrigliante, aggravata dalla boria di voler affermare che solo un Palermitano può avventurarsi a parlare di Palermo e della sua complessità o di raccontarla per immagini.
Io, personalmente, mi ribello di fronte a questo modo di vedere le cose.
Per rendersene conto, basterebbe andare a vagabondare in giro per le vie di Palermo, armati di macchina fotografica e abbandonarsi ad uno sguardo che vada oltre le cose e che sappia cogliere scorci/istanti unici ed irripetibili.
Passaggi, direi.
E chi si avventurasse a far ciò, abbandonando sterili rigidità intellettualistiche, avrebbe anche la sorpresa di scoprire molti dei posti che sono entrati con grande fascino e vigore nella narrazione cinematografica di Wim Wenders.

sabato 22 maggio 2010

Nel Dracula di Bram Stoker il fascino del Nord


Nella mia costante ricerca di testi sul tema della vampiro mi sono imbattuto in un piccolo e denso saggio della Lorinczi. Dracula & Co: Il richiamo del Nord nei romanzi di Bram Stoker (CUEC, Cagliari, 1998) è una vera chicca per chi è appasionato di letteratura e saggistica sul tema del vampiro.
Qui, l'autrice, docente di Linguistica romanza presso l'Università di Cagliari e autrice di molti saggi (tra i quali, sempre sul tema del vampiro, Nel dedalo del drago. Introduzione a Dracula (Bulzoni, 1992) e Paesaggio marino con dame vittoriane. Tre saggi su Dracula (CUEC, 1995) , con un'acuta analisi disquisisce sul profondo radicamento "nordico" e vichingo del corpus di miti e leggende sul sanguinario Conte transilvano, ponendoli in relazione con le tradizioni mitologiche tramandate da alcuni poemi epici (tra i quali spicca il Beowulf) e con la figura eroica dei "Berserker".
Inoltre, analizzando alcuni dettagli contenuti ne La dama del sudario e in un altro romanzo meno noto di Bram Stoker, Il gioiello delle sette stelle (1903), l'autrice, con un approfondito lavoro ermeneutico (come, ad esempio, sul ricorrere del numero sette, a partire dalle sette stelle della costellazione del Grande Carro) e con lo svelamento di alcune insospettabili comuni radici linguistiche, mostra come il vampiro di Bram Stoker e tuttio il corteo dei vampiri letterari che si sono succeduti lungo questo stesso clinamen siano permeati dalla forza attrattiva del grand Nord, non solo un semplice punto cardinale, ma anche concetto culturale nell'immaginario britannico agli albori del XX secolo.
Nelle implicazioni del nome Dracula molta materia, anche fonetica, confluisce non soltanto da draka, ma pure da draugr, spettro del morto nella cosmologia dei popoli nordici. Draugr - spesse volte spettro di un uomo malvagio - vive nel tumulo, nella tomba da dove può liberarsi con grave danno per i vivi. Per prevenire tale evenienza, il cadavere sospetto viene decapitato o lo si fissa al suolo per mezzo di un palo conficcato nel corpo. Diversamente, egli esce dalla tomba, sempre al tramonto, in quanto la luce del sole - il fuoco per eccellenza - lo ucciderebbe bruciandolo. Tutto questo ricorda da vicino le caratteristiche del vampiro letterario, mentre i mezzi per annientare il vampito Dracula e il draugr sono, come si è appena visto, addirittura identici" (p. 34).
Tra l'altro ci viene ricordato dall'autrice che le credenze sui vampiri riposano su ancestrali idee legate alle rappresentazioni escatologiche e alle ansie del dopo-morte, oltre a quelle scaturenti dall'inquietudine nel rapporto con i defunti che, per malvagità o invidia, possono fare ritorno per insidiare in qualche modo i vivi.

lunedì 3 maggio 2010

In Devozione, la storia di Pablo e della guerriera Nikita, robbomani del XXI secolo


La droga non è un modo di vivere, è un modo di mancare (Devozione, p. 182)

Con l’eroina non litigo mai. L’eroina è più dell’amore (ib., p. 225)

Il 1978 è l’anno di Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, il racconto autobiografico di Christiane Vera Felscherinow meglio nota con lo pseudonimo di Christiane F. e divenuto per la generazione successiva un vero e proprio romanzo culto, dotato più che di una carica dissuasiva da certe esperienze di un potere attrattivo carismatico verso di esse.
Nel 1981 dal romanzo fu tratto il film Christiane F. - Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino (Christiane F. - Wir Kinder vom Bahnhof Zoo) per la regia di Uli Edel e con la colonna sonora di David Bowie: anche questo assurto a film culto, malgrado la crudezza e la tragicità della storia che vi è raccontata.
Il 1983 è l’anno in cui esce Amore tossico, il film di Claudio Caligari che racconta anche in questo caso con crudo realismo la storia di un gruppo di tossicodipendenti romani (tra i quali Cesare, Enzo, Roberto detto Ciopper, Michela e Loredana) che trascorrono la propria drammatica routine tra la spiaggia di Ostia e la capitale attraverso il consumo degli stupefacenti, i piccoli litigi, i furtarelli e i sotterfuggi per sbarcare il lunario, i guai con i poliziotti e la fioca speranza di poter cambiare vita e disintossicarsi. Fu un film che, nel filone del realismo pasoliniano e dal taglio quasi documentaristico, raccontava di vite che proseguivano ripetitive, senza un futuro certo, una meta su cui costruire o un evento che potesse porre termine - nel bene o nel male – alla dipendenza dall’eroina e a tutte le sue inevitabili derive.

Anche Amore tossico ha raggiunto lo statuto di cult per le generazioni successive prese nella deriva della droga, anche per il fatto che i suoi attori – essendo semi-professionisti - di fatto impersonavano se stessi (persino con identità dei nomi), rappresentando con realismo la propria dipendenza dell’eroina, senza nessun distanziamento di tipo narrativo e senza edulcorazioni e che, di loro, alcuni sono morti precocemente chi per overdose, chi per complicazioni legate all’AIDS.

Non si può parlare del recente romanzo – prima opera narrativa di ampio respiro di Antonella Lattanzi – dal titolo non casuale di “Devozione”, senza avere questi riferimenti importanti.

Non a caso sia Christiane F. sia Amore tossico vi sono più volte citati, spesso menzionati non in maniera "neutra", ma come “mito” che ha avuto un intrinseco potere di trascinamento verso le prime esperienze con la droga dei due protagonisti.

Devozione è la storia di Pablo e Nikita (Vera), due giovani del nostro tempo, entrambi ventiseienni e squinternati studenti fuori sede, l’uno di origini calabrese e la seconda invece pugliese. Il primo è studente universitario di sociologia che, preso dagli ingranaggi della droga, continua a sostenere il minimo previsto di esami annuali per non perdere il diritto all’alloggio nel pensionato, mentre Nikita ha la passione della scrittura che continua a coltivare, perseguendo il sogno di diventare un giorno scrittrice, anche se deve combattere una battaglia ardua perché nel momento in cui entra in scena la tossicomania (sempre più spesso) “la scrittura … è stupidi segnacci uno sull’altro, senza senso, senza accento, senza ritmo, risucchiati perché siano ghigliottinati dallo schermo” (ib., p. 182).

Diverse anche le storie di avvicinamento all’eroina da parte dei due: percorsi di vita diversi, punto di arrivo eguale.

E per Nikita, la storia del coinvolgimento nelle droghe (tutte le droghe) è stata guidata proprio dal carisma degli eroi negativi di cui si diceva all’inizio, sino all'eroina che, del suo percorso di sperimentazione, ha rappresentato il suggello definitivo e - sembrerebbe - inemendabile.

La storia ha due diversi piani temporali. Quello della vicenda reale che – nell’arco di alcuni giorni - si sviluppa nel 2006, inla coetanea Clara, sull’avvio delle esperienze con le droghe, intensamente volute e ossessivamente ricercate con assoluta determinazione (in parte proprio assieme all’amica Clara, come accade per il battesimo con l'eroina nel Parco della Montagnola di Bologna), sulle varie derive esistenziali sino all’incontro con Pablo e oltre. corrispondenza dei Mondiali di calcio, con una coda conclusiva (ed anche – si spera – di apertura verso un futuro più vivibile) nei mesi estivi immediatamente successivi, e l’altro più fantasmatico - quello dei ricordi - in cui si innesta la narrazione della storia passata di Nikita, con flashback sulla sua infanzia, sull’intensa amicizia con

Nell’apparente vuoto di eventi e nella desolante ripetitività, la storia di Pablo e Nikita si riempie, malgrado tutto, di cose e fatti (un po' all'insegna del ("vivere pericolosamente"): il piacere dell'eroina è un Moloch divorante che richiede un continuo tributo di energie. L’incontro con l’apparentemente giovanissima Annette, dai due iniziata al buco, ha un ruolo cruciale nell'attivare un imprevisto dinamismo nella loro esistenza e nel determinare in Nikita, quanto meno, la contemplazione di un modo diverso di affrontare le cose, come pure il dover apprendere della morte inattesa di Clara forse per overdose che più di tante altre morti di cui è stata testimone lascia un segno.

Ma ogni volta che i due sembrano approssimarsi ad un inizio possibile, ecco che l’eroina annulla il movimento appena avviato, introducendo una stasi mortifera in un qualsiasi progetto di vita.

Devozione ha anche il pregio di riportare l'attenzione dei lettori su di un fenomeno relegato negli ultimi ad una condizione di invisibilità sociale e mediatica.

Dopo il dibattito parlamentare esitato con la promulgazione del decreto “Giovanardi” e la svolta fortemente repressiva nei confronti dei consumatori di sostanze psicoattive illegali sembra che le tematiche mediche e sociali legate alle tossicodipendenze giovanili si siano – apparentemente - inabissate.

Quasi nessuno ne parla più, se non sporadicamente quando dalla nera giunge l’ennesima notizia di una giovane vita stroncata dall’overdose.

Ma nessuno ci fa più caso. La tempesta mediatica dopo poco si esaurisce. Questo tipo di notizie non vende più.

Il morto per overdose da eroina non è un eroe per quanto negativo (non è più un Jim Morrison o un Jimi Hendrix, per intenderci) e nemmeno una vittima.

E' solo uno da compatire, perchè a differenza del consumatore di "paste" o di cocaina (rappresentanti di un'ipotetica smart generation di fighetti produttivi e sempre ben vestiti) non ha saputo tenere a bada la propria dipendenza: un povero pirlotto, insomma.

La mancanza di attenzione da parte dei media farebbe pensare che le dipendenze dall’eroina non ci siano più, soppiantate dalle “nuove” droghe più "pulite", più rispettibili e - in definitiva - più "normalizzate", oppure dalle dipendenze non farmacologiche (tra cui un posto preminente occupa il gioco d’azzardo patologico, tanto per fare un esempio).

Gli operatori dei Sert (i servizi pubblici per le tossicodipendenze) frustrati dalla ripetitività circolare dei dipendenti dall’eroina se ne vogliono occupare sempre di meno, per indirizzare la loro attenzione verso forme di addiction più “appaganti” - in termini di soddisfazione - derivante dall’intervento clinico.

La storia di Pablo e Nikita, tenendo conto dei punti di riferimento culturali proposti, ci mostra invece che nel XXI secolo non è cambiato nulla: le cose sono proprio eguali a come erano 30 anni fa, quando Christiane F. viveva la sua iniziazione alla droga, o quando i protagonisti di Amore tossico andavano ossessivamente alla ricerca di “sgami”.

I tossicodipendenti da eroina (e oggi da metadone) – i “robbomani” - ci sono egualmente: non è che non ci siano più, è solo che non se ne parla più e, a causa di ciò, sono scivolati in un limbo di invisibilità.

L'unica differenza rispetto agli "anni di ferro" delle eroinomanie dei ragazzi dello zoo di Berlino, o di Roma o di Palermo o di Bari, è che, allora, i servizi sanitari offrivano poco - in termini di intervento clinico - se non la proposta reiterata di tentativi di disassuefazione. Oggi, assodato che, nella clinica delle tossicodipendenze, il vero problema non è il fronteggiamento dell'astinenza e la risoluzione della dipendenza fisica, bensì quello della prevenzione della ricaduta (cosa che rende le tossicomanie - le addiction - un'insidiosa malattia della mente, con delle potenti fondazioni neurochimiche), i servizi offrono il metadone (eventualmente ad alti dosaggi, per realizzare il "bloccaggio" dei recettori post-sinaptici a cui si lega la molecola dell'eroina) oppure trattamenti con antagonisti/agonisti parziali (come la buprenorfina).

Quindi, oggi il mondo della droga non è fatto soltanto di consumi contenuti, come si vorrebbe credere (e far credere) a mo’ di rassicurazione e di usi più accentuati nei fine settimana (definiti, per non creare allarmi, come ricreativi) e nelle varie feste comandate. No!

Ancora oggi, è fatta di tanti che - pur di non stare a “rota” - sono disposti a fare qualsiasi cosa, a scendere a qualsiasi compromesso.

Queste storie si cerca di cancellarle dalla consapevolezza collettiva.

I Sert, come le carceri, sono divenuti come dei tappeti sotto i quali si caccia la spazzatura perché nessuno debba vederla e sentirsene turbato.

Come bene illustra il romanzo, i Sert che erogano il metadone rischiano di diventare il luogo della contrattazione e dell’ipocrisia di una finta “cura” in cui gli eroinomani inseriti in trattamento battagliano quotidianamente per ricevere l’affido delle dosi di metadone (il farmaco sostitutivo dell’eroina più comunemente usato) per poi utilizzarlo a modo proprio come alternativa all’eroina quando non ci sono soldi per farsi o non si trova lo spacciatore di turno.

Antonella Lattanzi ci ricorda tutto questo, senza alcuno sconto.

Chi non ha avuto dimestichezza con il mondo della droga, potrebbe pensare che alcune crude descrizioni che balzano fuori dalle pagine di Antonella Lattanzi e la lucida anatomia dei meccanismi mentali (sia emozionali, sia cognitivo-relazionali) siano il frutto di un eccesso di fantasia: invece, no!

Il filo rosso che serpeggia in tutto il romanzo è quello di realismo crudo nel quale sono incastonate, tuttavia, come gemme gli slanci della mente creativa di Nikita.

Devozione è un romanzo duro da leggere, che infligge a ripetizione pugni nello stomaco: sulle derive esistenziali nelle vite dei tossicodipendenti, sul loro invischiamento in un tempo circolare in cui l’unica ricorrenza importanza è il potersi garantire la somministrazione della prossima dose, sulla mancanza di progettualità lineari forti, sulla debolezza delle buone intenzioni che si infrangono non appena nella mente un pensiero relativo al “farsi” si apre la via, sulla perdita di desiderio e memoria, sul girare a vuoto e sulla sconclusionatezza dell’agire, salvo che non si tratti di procurarsi l’eroina o un sostituto (e solo allora si ritrova una lucidità focale), sulla mancanza di senso critico e sull’indebolimento della capacità di giudizio.

La storia si legge bene perché la costruzione dei due protagonisti è assolutamente credibili e realistica, anche nelle dinamiche di rinforzo che si attivano quando due “robbomani” vivono in coppia la loro dipendenza.

Antonella, soffermandosi sul desiderio di Nikita di diventare una scrittrice sembra volerci dire che la scrittura contiene la salvezza: in questo Nikita, che è stata chiamata così dall'amica Clara proprio per la sua tempra di "guerriera" (e qui è citato il film cult di Luc Besson), forse più di Pablo è papace di lottare per la sua salvezza. Colpita dalla vicenda di Annette, dalla notizia della morte di Clara, ma anche per l’arrivo di una inattesa gravidanza e il caparbio desiderio di tenere il bambino comunque, pur nell'incertezza di una positività per HVC, sembra propendere per la vita in un suo modo contorto e non diretto, anche se la strada da seguire sarà piena di insidie e ricadute.

Si apre - tenue - uno spiraglio alla speranza di poter trovare una possibile via di uscita dal mondo tirannico dell’eroina.

Forse, è questo il messaggio che scaturisce dalle pagine finali del libro.

Sinceri complimenti ad Antonella Lattanzi per la sua scrittura vera e profonda che, come in ogni romanzo realistico che si rispetti, contiene anche abilissimi dialoghi in calabrese e in pugliese stretti.


Domenico Starnone ha detto di Devozione: "Antonella Lattanzi sa raccontare come pochi il corpo degradato, il corpo innamorato. Ha scritto il romanzo struggente del desiderio di vita tradito dall'eroina".


Un breve nota bio-bibliografica
Antonella Lattanzi (1979), barese di nascita e romana di adozione, dopo essersi diplomata in “Narrativa e sceneggiatura per il cinema e il fumetto”, ha pubblicato una raccolta di racconti,
Col culo scomodo – non tutti i piercing riescono col buco (Coniglio Editore), e un saggio gustosissimo sulla sua regione, la Puglia, dal titolo Leggende e racconti popolari della Puglia. Devozione è il suo primo romanzo.


giovedì 29 aprile 2010

La pattuglia dell'alba: un romanzo che sta al surf californiano, come Moby Dick fu la summa dei cetacei


Il terzo romanzo di Don Winslow pubblicato in Italia per i tipi di Einaudi (La pattuglia dell'alba, 2010) è stato oggetto di pareri contrastanti, alcuni decisamente negativi. Del tipo:
"...una delusione! E' il primo romanzo di Winslow che leggo e mi ha lasciato deluso ...sto facendo fatica ad arrivare in fondo...", oppure: "Dovrebbe essere un thriller ma fino a pagina 170 si parla esclusivamente di surf con uno slang da quattordicenne malcresciuto ricco di 'yo' o soprannomi idioti. Il finale, poi, con il regolamento dei conti sul surf è quanto di più forzato potesse scrivere".
Contrariamente a questi pareri e ad altri che ho letto nel web, a me, il romanzo di Winslow, è piaciuto per alcune peculiarità: l'ho letto in pochi giorni senza potermene distaccare.
E mi è piaciuto per alcuni motivi che spiegherò brevemente.
Innanzitutto, perchè - uscendo dai rigidi canoni del genere (poliziesco-thriller) - l'autore (lui stesso ex-investigatore) - con una serie di inserti - ci consente di conoscere in modo molto documentato alcuni elementi di contesto.
Ci dice tutto sul mondo peculiare e di nicchia dei cultori del surf californiano, introducendoci con brio e piglio enciclopedico alla sua storia, ai suoi miti e riti.
Da questo punto di vista, si potrebbe dire che La pattuglia dell'alba stia al surf californiano, come il Moby Dick di Melville stette alla balena (e ai cetacei in genere). Melville , infatti,non volle scrivere soltanto un romanzo "morale" sul conflitto tra il Bene e il Male, ma - con il pretesto della narrazione di una storia di mare di ampio respiro - compose in una summa tutto ciò che si conosceva, ai suoi tempi sui cetacei (dal corpus di nozioni scientifiche allora disponibili, ai miti, alle leggende e, ovviamente, tutto sugli usi e i costumi della pesca baleniera).

In secondo luogo, riesce a trattare egregiamente altri aspetti che contraddistinguono e rendono speciale la California, come - ad esempio - la sua particolarissima composizione multi-etnica a strati (giapponesi, hawayani, samoani e, nell'ultimo gradino sociale, gli emigranti clandestini dal Messico, attorno a cui ruota ciò che rimane della ricchissima e florida agricoltura d'un tempo e, soprattutto, quella della fragola che, non potendo essere meccanicazzata, richiede - per essere redditizia - una numerosa manovolanza a basso costo.
Terzo, apre degli squarci sul mondo delle spogliarelliste (semi-legale), del traffico di droga e dei suoi intrecci e, infine, dulcis in fundo, del traffiking di minori che vengono brutalmente immessi in un giro di prostituzione minorili.
Insomma, il libro è complesso, i personaggi sono numerosi ed interagiscono tra loro e con l'autore che, di quando in quando si inserisce con taglio ironico nella narrazione, per fornire elementi didascalici che consentono al lettore di orientarsi in un contesto tanto articolato.

Seguendo le peregrinazioni di Boone Daniels, surfista eccellente ed investigatore a tempo perso per sbarcare il lunario, e dell'affascinante Petra, l'avvocatessa che lo ha ingaggiato per rintracciare Tammy che deve rendere un'importante testimonianza di tipo assicurativo e che invece si trova ad essere una potenziale testimone di traffici di rilevanza penale ben maggiore e che ha fatto perdere le sue tracce per timore di essere eliminata fisicamente, si viaggia su e giù per la California, avendo San Diego e le sue spiaggie come epicentro, mentre i surfisti sono in fermento in attesa d'una mareggiata fuori dal comune che consentirà ai più valenti (tra i quali la bella Sunny, ex-fidanzata di Boone Daniels) di distinguersi.

Boone Daniels e i suoi amici formano la "pattuglia dell'alba": e l'indagine rischia di spezzare l'unità ludica e di solidarietà del gruppo, perchè nel portare avanti la ricerca di Tammy, Boone entra in conflitto con l'amico poliziotto Hang Twelve, ma anche con Hig Tide, un samoano di 160 chili che si trova davanti al dilemma se essere leale con Boone oppure dare ascolto ai legami di sangue che lo indurrebbero ad fare gli interessi di chi vorrebbe vedere Tammy morta piuttosto che sul banco dei testimoni.
Intanto, Sunny si ingeloscisce di Petra: insomma, sembra che nel momento cruciale della mareggiata, la pattuglia dell'alba, solitamente unita e solidale in simili frangenti, sarà dispersa. A Boone non resta che tentare di concludere in fretta la sua inchiesta: peccato che, nella San Diego del vecchio e nuovo crimine, non esista mai niente di semplice o scontato, e la violenza si nasconda dietro ogni angolo.
Ma alla fine della vicenda, tutto si ricomporrà in nome dell'amicizia.

Diciamo pure che i thriller in sé sarebbero noioisi, una volta che un lettore abbia acquisito con gli stilemi base del genere ed alcune tipologie di intrecci: il bello del thriller è proprio il fatto che essendo calato in una realtà specifica che, in genere, è quella ben conosciuta dall'autore perchè ci vive e l'ha pratica a lungo, l'autore ci parla nel dettaglio di quella realtà e ce la fa conoscere minuziosamente.
Leggendo i thriller, forse più di altri generi letterari, viaggiamo in lungo in largo per il mondo.
Voglio conoscere i paesi scandinavi? Ecco che posso leggere un romanzo di Mankell oppure la trilogia Millennium. Voglio andare in Grecia? I romanzi di Markaris forniscono una risposta esauriente alla mia esigenze. Voglio conoscere qualcosa di più del Nordest italiano, dei suoi intrighi e dei suoi malaffari? Per questo, ci sono i romanzi di Carlotto.
La bravura di uno scrittore di thriller non sta tanto nella "universalità" della sua scrittura, ma nella sua capacità di coniugare l'arte dello scrivere con un'approfondita ed enciclopedica conoscenza del contesto in cui cala i suoi romanzi.

Questi i componenti della pattuglia dell'alba:
  • Boone Daniels, ex poliziotto, ora investigatore privato, nato praticamente su una tavola da surf (entrambi i genitori praticanti del surf);
  • Sunny Day, una vera California Girl, che sa cavalcare l'onda come nessun altro;
  • High Tide, centosettanta chili di carne e muscoli samoani, quando si tuffa è alta marea ;
  • Dave the Love God, bagnino di salvataggio, con una collezione di turiste da fare invidia;
  • Johnny Banzai, sangue giapponese, poliziotto, re delle parole incrociate;
  • Hang Twelve, rasta bianco, patito del surf, sei dita per piede;
Una breve nota bio-bibliografica sull'autore
Don Winslow, ex investigatore e consulente di studi legali e compagnie di assicurazioni, è considerato tra gli esponenti maggiori del nuovo crime americano. Ha al suo attivo dieci romanzi, coronati da un successo crescente di critica e pubblico. Einaudi Stile libero ha pubblicato nel 2008 L'inverno di Frankie Machine (ultima edizione «Super ET», 2009), diventato un vero e proprio caso letterario, e nel 2009 Il potere del cane.

Creative Commons License
Frammenti by Maurizio Crispi is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License.
Based on a work at maurcrispi.blogspot.com.