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martedì 28 dicembre 2010

In "Il 36° Giusto" ritornano gli ammazzavampiri modenesi di Claudio Vergnani


Claudio Vergnani continua a stupirci.
Con "Il 36° Giusto", di recente edito da Gargoyle (2010), ritornano gli ammazzavampiri modenesi con una nuova serie di avventure che si riallacciano immediatamente a quelle narrate in "Il 18° vampiro", anche se i due romanzi si possono leggere autonomamente con piena godibilità della trama.
La struttura del romanzo è semplice. Dopo l’attacco alla roccaforte vampiresca di Corsano, dopo il "caos vampirico" e la susseguente "mattanza" che concludono con uno scenario da apocalisse la storia precedente, i nostri anti-eroi sono momentaneamente "disoccupati" e sull'orlo del tracollo esistenziale, disgustati da ciò che hanno fatto e visto e, nello stesso tempo, psicologicamente svuotati, nel pieno di una sorta di spleen postraumatico.
Uno di loro, Gabriele, si ricicla come romanziere (e che sia la cifra dello stesso autore?), traducendo in romanzo le avventure di cui è stato protagonista.
Rossana, l'"amica", generosa finanziatrice delle imprese precedenti, ha deciso di tirarsi fuori da una partita sostanzialmente perdente per entrare in un ritmo di vita più normale e “borghese”.
Rimangono Vergy, roboante, spassoso e patetico assieme, e Claudio (il narratore, che qui per la prima volta esce dall'anonimato), a muoversi tra il senso di svuotamento, la depressione da mancanza di motivazioni e le nebbie di alcool e tranquillanti.
Poiché ci sono sempre vampiri-zombie da fare fuori e molti luoghi infestati da bonificare, per fortuite circostante, i due - dovendo sbarcare il lunario - riescono a rimettersi in pista al servizio di un ammazzavampiri di seconda generazione rampante, arrivista e atteggiato, tal Paride, che li prende al suo servizio per i lavori “sporchi”, che Vergy e Claudio svolgeranno sempre nel loro modo scassato e, in definitiva, da antieroi che, occasionalmente, si perdono - soprattutto il narratore Claudio, in pensose divagazione di stampo esistenzialista, in cui mostrano la loro natura di individui smarriti che cercano di dare un senso ad una vita latrimenti vuota.
"Non era generosità la nostra. Né altruismo. Cercavamo semplicemente di dare un senso a ciò che facevamo. Non che il senso in sé potesse bastare a giustificare tutta quella merda, ma non avevamo altro" (p. 296)
Le loro imprese (tra cui la lenta e perigliosa traversata d'un cimitero fatiscente, il sopraluogo al vecchio motel infestato, la sorveglianza prestata - a tipo di sgangheratissimo servizio body-guard - come contractor d'una ricca famiglia modenese che si reca in villa montana a trascorrere le feste di Natale, sino alla trasferta parigina, assoldati per libero un fatiscente e labirintico edificio - che tanto rievoca le atmosfere de "I misteri di Parigi" di Sue - per eliminare un vampiro solitario denominato "Il becchino") sono a dire il vero dei poemi grotteschi e tragicomici che servono all’autore per rappresentare lo sfascio delle metropoli, lo stato di abbandono di periferie urbane sempre più degradate, crepuscolari e decadenti, che tanto rimandano alle "Carceri" di Piranesi, dimostrando nell'autore una grande capacità evocativo-visionaria.


I vampiri-zombie, morti viventi che, pur corrotti e quasi cadenti a pezzi, continuano a rimanere attaccati ad una loro non-vita sono forse una metafora dell'inconcludenza che fa da pendant all'inettitudine esistenziale degli ammazzavampiri: entrambi condannati ad un ruolo di marginalità sociale e alla condizione di reietti della società produttiva.
Le avventure dei nostri eroi sono intercalate a periodi di riposo e di stanca, autentici momenti di “ozi di Capua”, in cui a farla da padroni sono ottenebramento alcoolico, mancanza cronica di donne e sesso, di soldi, di conforto domestico.
Le eroiche imprese servono ai due a ravvivarsi (ed è per questo che la ricerca di vampiri da quattro soldi da fuori diventa per loro un'urgenza, quasi una dipendenza non farmacologica), con il supporto di occasionali compagni di gesta: Alicia (l’avvenente segretaria di Paride), il nano ivoriano Matthew (che ricava di che vivere come macabro fotografo cimiteriale), la compiacente Elisabetta (che li riconduce al vigore di una sessualità sanguigna e promiscua), Gabriele (ex-compagno di "caccia" e neo-scrittore, che si aggrega a loro per un nuova impresa, avendo bisogno - dopo il suo primo exploit letterario - di materiale di prima mano per un nuovo romanzo).
L’essere eroi (o antieroi) per Vergy e Claudio (il narratore) è soltanto il prodotto secondario della loro tracotanza ed inconcludenza, al tempo stesso.
Alla fine, i due - malgrado tutto - riescono ad uscire indenni dalle loro imprese, sempre in condizioni pietose, ricoperti di sangue, brandelli di tessuti umani, deiezioni, vomito, fango putrido, e chi più ne ha più ne metta: disillusi, soprattutto. Perchè - uscendo sani e salvi per il rotto della cuffia da ogni impresa intrapresa - la loro vita non ha acquistato un briciolo di senso in più e, forse, è ancora più vuota di prima, perchè gli affetti "normali" e le possibilità evolutive di incontri se li lasciano alle loro spalle, bruciati dall'urgenza di sopprimere il vampiro di turno.
In un bilancio finale, tuttavia, nelle loro imprese non c’è un senso anche perché il loro uscirne per il rotto della cuffia, non cambia d'un millimetro le sorti del mondo e le sue derive inarrestabili: le loro vittorie sono del tutto ininfluenti nel modificare alcuni equilibri.
In un mondo così, fatto di rovine, di rifiuti, di cimiteri degradati, di periferie urbane disabitate e cadenti, non sorprende affatto trovare una residua popolazione di vampiri che agiscono dall’interno di corpi corrotti.
I veri vampiri – i cosiddetti “Maestri” – se ne stanno in disparte e le loro attività vanno avanti, malgrado e a dispetto degli ammazzavampiri che, per un paradosso di cui è piena la vita, vengono considerati proprio dai maestri come alleati nel tenere sotto controllo i vampiri-zombie che, imbarazzanti ed invadenti, rappresentano soltanto un sottoprodotto scomodo della loro attività che rimane il più delle volte occulta e poco evidente.
E' lecito chiedersi se nei romanzi di Vergnani non ci sia – nella contrapposizione tra “Maestri” e vampiri-zombie – una rappresentazione metaforica, appena velata, dell'agonismo/antagonismo tra capitalisti rampanti e onnipresenti e neo-proletari ridotti dai primi ad essere degli zombie, condannati a vivere una mezza vita (non caso il film-documentario di Sabina Guzzanti, sui fatti e misfatti successivi al terremoto aquilano è, evocativamente intitolato - con un abile neologismo - "Draquila", ovvero Dracula+Aquila).
Non è che, dunque, gli ammazzavampiri, esclusivamente polarizzandosi sui secondi, non stiano prendendo – in realtà – un granchio colossale, in quanto operano per il rafforzamento dei poteri occulti che governano la società?
Credo che in questa seconda opera narrativa di Vergnani, in maniera ancora più chiara rispetto a "Il 18° vampiro”, sia contenuta una grande metafora della società contemporanea.
Il linguaggio dei due amici, durante il compimento delle loro imprese, è istrionesco e picaresco, infarcito di frasi da caserma, puntualmente scandito da peti e scorregge. E ciononostante i personaggi (anche quelli minori) hanno tenuta ed esprimono una loro coerenza.
Ai loro discorsi, spesso scurrili e densi di termini scatologici, fanno da contraltare delle descrizioni paesaggistiche e di contesti urbani nelle quali Claudio Vergnani dimostra di essere un vero maestro, con un sapiente utilizzo del linguaggio per rappresentare vividamente luoghi ed ambienti, con intensa ed abile forza evocativa, con la sopresa di constatare che, prima o poi, ad impreziosire il testo arriva anche una citazione colta, che conferisce ulteriore profondità allo sguardo di Vergnani.

Dal risguardo di copertina
Pensavamo di aver smesso di uccidere i vampiri, invece abbiamo ricominciato a farlo. Ora che è accaduto quel che è accaduto, è diventato quasi un mestiere. Non devi più nasconderti per cacciarli. Sono reietti, emarginati, abbandonati dai loro stessi Maestri. Le retrovie di un esercito allo sbando. Non c'è posto per loro. Ma nemmeno per noi. E la loro presenza giustifica in qualche modo la nostra. La loro mancanza di futuro si intreccia con la nostra voglia di speranza. Loro e noi. I vampiri e i cacciatori. Una battaglia senza onore né gloria tra disperati, dove in mezzo stanno le prede innocenti. E forse c'è più colpa in noi, che possiamo scegliere, che in loro, schiavi di una sete che non possono spegnere. Loro sono nati assassini, mentre noi siamo l'estrema difesa, sempre sull'orlo dello sfascio. In qualche modo ambiguo e discorde, però, nell'inconsapevolezza innocente dei semplici, non cessiamo di confidare in un brevissimo e insperato momento di giustizia.

mercoledì 22 settembre 2010

Gli ammazzavampiri di Claudio Vergnani alle prese con gli orrendi succhiasangue-zombie del Modenese


Claudio Vergnani è uno scrittore emergente: dopo una vita in cui s’è dedicato alle cose più disparate sfuggendole nel contempo, sembra aver trovato nella passione per la scrittura un filo conduttore e una sorta di “porto” in cui soffermarsi. Il 18° vampiro (Gargoyle, 2009), suo poderoso esordio, offre una capacità di scrittura che va indubbiamente al di là della letteratura di genere e – come si intuisce – che potrà produrre opere di più ampio respiro. Il romanzo ci mostra, forse, anche qualcosa dell’autore attraverso il protagonista (che possiede un po’ alcune qualità intermedie tra il soldato di ventura e l’ebreo errante) e altri suoi comprimari (come “l’amica”, Vergy o Gabriele), costantemente in “fuga” o comunque condannati a una vita “nomade” nel perseguimento d’una missione comune che è quella di sopprimere quanti più vampiri possibile.

In questo senso, siamo di fronte a una vicenda di veri “ammazzavampiri” che si muovono tra Modena, Venezia e l’Appenino tosco-emiliano. E, per far ciò, sono costretti a condurre un’esistenza randagia, senza troppi legami, senza un lavoro stabile, senza amori: la loro è una vita declinata in una condizione di costante precarietà e di continua esposizione al pericolo. Ciò che è apparentemente routine, può in effetti trasformarsi di colpo in una situazione di pericolo, dal momento che anche quanto gli ammazzavampiri credono di sapere è molto fragile e parcellare: in realtà, come uno di loro ammetterà in seguito «...dei vampiri non sappiamo nulla».

Dei vampiri viene data per scontata l’esistenza: semplicemente, ci sono. Vergnani non si preoccupa di spiegarci da dove siano venuti e quando. I suoi vampiri sono del tutto originali: innanzitutto, sono ferocissimi – il “classico” morso sul collo, con l’ausilio di canini appuntiti e aguzzi, è al confronto una pratica gentile e quasi erotica –, vampiri che lacerano e straziano corpi, abbeverandosi del sangue delle loro vittime come da un idrante reciso. In secondo luogo, sono assai simili agli zombie sia nel loro aspetto “verminoso” e disfatto, sia nel loro modus operandi.

Gli amazzavampiri modenesi sembrano essere i perfetti praticanti delle indicazioni enciclopediche di autodifesa contenute in Manuale per sopravvivere agli zombi (Max Brooks, Einaudi, 2006): i vampiri-zombie, peraltro, rappresentano un avamposto della genìa dei vampiri e ne costituiscono soltanto la fanteria d’assalto. Dietro s’intravede un secondo livello di “eletti”: esseri potenti e dalle molte vite, come Grimjank, mutuato da una famoso racconto horror di W.T. Webb (che, di vite, ne ha avute ben 18) e che vive in una rocca antica, oppure come i “Maestri” – maggiormente rispondenti ai canoni del vampiro “classico” – crudeli e vendicativi e implacabili al punto di scatenare una cupa apocalisse finale. La storia è, poi, in realtà la narrazione delle vicissitudini on the road di questi tormentati ammazzavampiri che non trovano mai quiete e la cui esistenza va incontro a livelli di crescente complicazione, via via che i vampiri realizzano che essi rappresentano delle “moleste minacce” al loro status quo, dunque di cui sbarazzarsi con scherzi macabri e sinistri.

Vergnani si sofferma minuziosamente a descrivere i movimenti, il modo di organizzarsi, le perplessità ed incertezze di questo gruppo di trasandati avventurieri, in un flusso lento e ipnotizzante dove le apparizioni dei vampiri finiscono con l’assumere un ruolo marginale, mai dominante. Personaggi dal passato militare (e ciò riflette alcune delle fugaci esperienze di vita dell’autore), con la stoffa degli anti-eroi, sostanzialmente sfigati e marginalizzati dalla vita: se non ci fosse l’obiettivo di distruggere i succiasangue (che non ha alcuna risonanza pubblica, e dunque non porta ad alcun riconoscimento) non avrebbero nulla in mano e sarebbero delle nullità.

Claudio Vergnani in quest’opera mostra indubbiamente una grande creatività nel modo in cui manipola gli elementi propri del genere: non soggiace a quasi nessuna delle convenzioni letterarie che a esso sono proprie (a parte il topos dei vampiri=creature della notte, ma anche questo utilizzato in modo non rigido) e ricorre ampiamente alla contaminazione per dar vita a figure sui generis che suggeriscono una pagina nuova e assolutamente originale nella letteratura horror.

Interessante la modalità di una scrittura molto nello stile hard-boiled che presenta, soprattutto all’inizio e alla fine, due diversi piani temporali che si intersecano tra loro con un continuo rimando dall’uno all’altro (e rimarcati dall’uso di un differente carattere di stampa): un artificio che consente all’autore di coprire un arco di tempo molto maggiore.

Il volume, con delle notazioni redazionale precise ed esaurienti – secondo lo stile consolidato della casa editrice – è arricchita di una stimolante introduzione dello sceneggiatore e saggista Dario Maria Gulli.

Esce adesso, sempre per i tipi di Gargoyle Books, Il 36° giusto che si pone come un seguito delle vicende narrate nel primo romanzo: nella conclusione de Il 18° vampiro c’erano già le premesse di una ripresa della storia degli ammazzavampiri modenesi, piombati nell’occhio del ciclone e ora al centro dell’attenzione dell’antica genìa dei “Maestri”.

Dal risguardo di copertina de Il 18° vampiro
«...sbarco il lunario uccidendo vampiri. Non è un compito difficile, ed è sempre meglio che lavorare. lo e i miei compagni li distruggiamo durante il giorno, mentre dormono il loro sonno di morte, nascosti nei loro miserabili covi. Non possono reagire. Un paio di colpi di mazzuolo ed è fatta. Forse non è il mestiere più bello del mondo, ma è facile e socialmente utile. Non occorrono coraggio o particolare determinazione. Non serve essere animati dal sacro fuoco della giustizia. Serve solo un po’ di pratica e tanta disperazione. Per certi versi è come la disinfestazione di topi o insetti: fai quello che devi fare, sopportando il disgusto, e poi te ne torni a casa. Sempre che non si finisca per esagerare, per passare la misura. Il problema è che non sapevo che esistesse un confine. L’ho saputo solo dopo averlo oltrepassato. E, a quel punto, tornare indietro non era più possibile...»

L’Autore. Nato a Modena, svogliato studente di Liceo Classico, ancor più svogliato studente di Giurisprudenza, preferisce passare il tempo leggendo, giocando a scacchi e tirando di boxe. Allontanato dai Vigili del Fuoco, dopo una breve e burrascosa parentesi militare ai tempi del primo conflitto in Libano, sbarca il lunario passando da un mestiere all'altro, portandosi dietro una radicata avversione per il lavoro. Dalle palestre di bodybuilding alle ditte di trasporti, alle agenzie di pubblicità, alle cooperative sociali, perso nei ruoli più disparati ma sempre in fuga da obblighi e seccature. Il 18° Vampiro è il suo primo romanzo.

sabato 22 maggio 2010

Nel Dracula di Bram Stoker il fascino del Nord


Nella mia costante ricerca di testi sul tema della vampiro mi sono imbattuto in un piccolo e denso saggio della Lorinczi. Dracula & Co: Il richiamo del Nord nei romanzi di Bram Stoker (CUEC, Cagliari, 1998) è una vera chicca per chi è appasionato di letteratura e saggistica sul tema del vampiro.
Qui, l'autrice, docente di Linguistica romanza presso l'Università di Cagliari e autrice di molti saggi (tra i quali, sempre sul tema del vampiro, Nel dedalo del drago. Introduzione a Dracula (Bulzoni, 1992) e Paesaggio marino con dame vittoriane. Tre saggi su Dracula (CUEC, 1995) , con un'acuta analisi disquisisce sul profondo radicamento "nordico" e vichingo del corpus di miti e leggende sul sanguinario Conte transilvano, ponendoli in relazione con le tradizioni mitologiche tramandate da alcuni poemi epici (tra i quali spicca il Beowulf) e con la figura eroica dei "Berserker".
Inoltre, analizzando alcuni dettagli contenuti ne La dama del sudario e in un altro romanzo meno noto di Bram Stoker, Il gioiello delle sette stelle (1903), l'autrice, con un approfondito lavoro ermeneutico (come, ad esempio, sul ricorrere del numero sette, a partire dalle sette stelle della costellazione del Grande Carro) e con lo svelamento di alcune insospettabili comuni radici linguistiche, mostra come il vampiro di Bram Stoker e tuttio il corteo dei vampiri letterari che si sono succeduti lungo questo stesso clinamen siano permeati dalla forza attrattiva del grand Nord, non solo un semplice punto cardinale, ma anche concetto culturale nell'immaginario britannico agli albori del XX secolo.
Nelle implicazioni del nome Dracula molta materia, anche fonetica, confluisce non soltanto da draka, ma pure da draugr, spettro del morto nella cosmologia dei popoli nordici. Draugr - spesse volte spettro di un uomo malvagio - vive nel tumulo, nella tomba da dove può liberarsi con grave danno per i vivi. Per prevenire tale evenienza, il cadavere sospetto viene decapitato o lo si fissa al suolo per mezzo di un palo conficcato nel corpo. Diversamente, egli esce dalla tomba, sempre al tramonto, in quanto la luce del sole - il fuoco per eccellenza - lo ucciderebbe bruciandolo. Tutto questo ricorda da vicino le caratteristiche del vampiro letterario, mentre i mezzi per annientare il vampito Dracula e il draugr sono, come si è appena visto, addirittura identici" (p. 34).
Tra l'altro ci viene ricordato dall'autrice che le credenze sui vampiri riposano su ancestrali idee legate alle rappresentazioni escatologiche e alle ansie del dopo-morte, oltre a quelle scaturenti dall'inquietudine nel rapporto con i defunti che, per malvagità o invidia, possono fare ritorno per insidiare in qualche modo i vivi.

lunedì 5 aprile 2010

Daybreakers, ovvero l'inaspettata metafora della società dominata dalle lobby


Daybreakers dei fratelli Spierig (2009) si propone con una rivisitazione del tema del vampiro in chiave modernizzata e con uno stile che sconfina nella fiction tecnologica.
Siamo nel 2016.
Il mondo, anni prima, è stato colpito da un'epidemia che ha trasformato i più in vampiri, mentre altri hanno preferito omologarsi per sfuggire alla malattia e alla morte.
Il tema dell'epidemia crea qualche punto di contatto con "Io sono leggenda", per quanto lì gli uomini trasformati in vampiri appiaono degenerati ad un livello di vita "inferiore" e bestiale, pur tentando palesemente di ricostruire una parvenza di organizzazione "tribale" di vita.
Qui i vampiri, invece, appaiono assolutamente "normalizzati": sono tutti degli "iper-regolari", tutti casa e lavoro, "rispettabili" individui insomma, che assumono la loro dose di sangue giornaliero diluita nei caffé ed altre bibite che vengono serviti nelle caffeterie delle stazioni della Metro o in altre mescite pubbliche, oppure lo sorseggiano languidamente da calici di cristalli, meglio se si tratta di buon rosso (sangue) d'annata sempre più raro da trovare in tempi grami, a volte "on the rocks", giusto per essere più raffinati.
Nel complesso, sembrano tutti dei vampiri "in doppio petto".

L'essere dei "succhiasangue" è del tutto depurato dei suoi aspetti più orridi che, nel romanzo capostitite della serie partorito dalla penna di Bram Stoker (come è stato rilevato da numerosi commentatori), assicuravano al famoso Conte un fascino erotico e perverso.
Gli umani che hanno ancora resistito al contagio (e che comunque rifiutano di arrendersi) vengono catturati e tenuti in una sorta di animazione sospesa come produttori di sangue per alimentare i vampiri (quasi fossero delle mucche da latte stabulate...).

Una crisi, tuttavia, incombe sul mondo dominato dai vampiri iper-tecnologici apparentemente così perfetto grazie agli speciali dispositivi che hanno messo a punto per oscurare le auto e poter muoversi anche di giorno al riparo della luce del sole e che, per potere avere una vita attiva e "produttiva", possono spostarsi da un edificio all'altro utilizzando le "subways, un reticolo di sottopassaggi che li tengono al riparo dalle radiazioni ultraviolette.

La verità è gli uomini "normali" troppo sfruttati si stanno estinguendo, così come - di conseguenza - le scorte di sangue fresco stanno per venir meno.
Un male esiziale incombe sui vampiri che, in astinenza da sangue, vanno incontro ad orride trasformazioni somatiche, espressione in primo luogo della degenerazine dei lobi frontali dell'encefalo: i vampiri in astinenza da sangue sono i "subsider" che, con il loro comportamento fuori controllo disturbano la quieta routine dei vampiri "rispettabili" e produttivi.
Edward Dalton (Ethan Hawke) è un ematologo che, al soldo di una multinazionale del "sangue e derivati", dovrebbe mettere a punto un surrogato del sangue, anche se il suo sogno segreto è quello di trovare una cura, dal momento che lui non è vampiro né per sventura, né per fede ma per costrizione.
Vi è molta tecnologia in questo film: meno nette appaiono le divisioni tra il bene e il male: per esempio, sono scomparse del tutto le folcloriche ghirlande di aglio, oppure la croce ed alttri simboli sacri come difesa personale contro il vampiro, così come sono abolite le dicotomie manichee giorno/notte, luce/buio, dal momento che questi vampiri del XXI hanno messo a punto una serie di hardware per proteggersi dalla deleteria azione della luce del sole.
I pochi uomini normali ancora normali e scampati dal giogo dei succhia-sangue sono gli ultimi sognatori, degli ecoterroristi che sperano di rovesciare le sorti di un mondo incupito e prosciugato della sua vitalità.
I vampiri "in doppio petto" rappresentano efficacemente - in metafora - le multinazionali e i vertici delle grandi lobby che succhiano all'umanità ogni risorsa per lasciare soltanto spoglie vuote, e che, cercando di convertire ogni uomo in "consumatore", si vanno togliendo progressivamente il terreno sotto i piedi, perchè perdono sempre di più la possibilità di assicurarsi linfa vitale (creativit, inventiva) per progredire.
"Il consumismo ti consuma", ha scritto qualcuno su di un muro: ecco che il film dei fratelli Spierig inaspettatamente si sposta tutto sulla fiction tecnologica con la appresentazione drammatica e isterilita di un mondo che verrà, dominato dalle lobby contro le quale si oppone un pugno di ecoterroristi e di visionari, desiderosi di rovesciare l'andamento delle cose.

Che si possa identificare con gli strumenti della ricerca scientifica un valido surrogato al sangue per il nutrimento quotidiano dei vampiri significa lasciare le cose come stanno: perchè, in ogni caso, sarebbe la lobby dei succhia-sangue a vincere la sua battaglia e a rimanere al potere.

L'unico rimedio radicale è la cura, ma è proprio quello che i vampiri non vogliono, perchè - curandosi, cioè ritornando umani - perderebbero ogni potere.
Nell'antagonismo tra ricerca del surrogato e della cura si gioca gran parte del film, con esiti fantasiosi ed estremi.
Nei colpi di scena finali vi è la chicca degli ultimi vampiri che, in alcune sequenze sautenticamente splatter, finiscono con l'assumere per "contaminazione", alcune delle caratteristiche dei "morti viventi" di Romero.

Nel complesso, Daybreakers è un film che può suscitare un certo interesse e presenta, nella sconfinata filmografia vampirica, qualche spunto di originalità, anche se volendo di parlare di vampiri nel suo movente iniziale finisce poi di parlare di ben altro: ma forse questo "altro" è solo un valore aggiunto che, se indebolisce la saga del vampiro nei suoi canoni di base (peraltrosempre più edulcorati), dà forza ad una possibile riflessione sul mondo in cui viviamo e sui rapporti di forza più o meno occulti che lo plasmano.

Per vedere il trailer del film, clicca qui.

Ethan Hawke

Scheda del film

Regia: Michael Spierig, Peter Spierig.
Interpeti principali: Ethan Hawke, Willem Dafoe, Claudia Karvan, Michael Dorman, Vince Colosimo, Isabel Lucas, Sam Neill, Christopher Kirby, Mungo McKay, Emma Randall, Robyn Moore, Jay Laga'aia, Renai Caruso, Paul Sonkkila, Michelle Atkinson, Mark Finden, Selina Kadell, Gabriella Di Labio, Tiffany Lamb, Gavin Coleman, Jack Bradford, Joel Amos Byrnes, Peter Welman, David Knijnenburg, Joel Spreadborough, Harriet Minto-Day, Damien Garvey, Sahaj Dumpleton
Titolo originale: Daybreakers.
Genere: Horror, Azione
Durata: 98 min.
Origine: USA, Australia 2009. - Sony Pictures
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