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mercoledì 22 settembre 2010

Gli ammazzavampiri di Claudio Vergnani alle prese con gli orrendi succhiasangue-zombie del Modenese


Claudio Vergnani è uno scrittore emergente: dopo una vita in cui s’è dedicato alle cose più disparate sfuggendole nel contempo, sembra aver trovato nella passione per la scrittura un filo conduttore e una sorta di “porto” in cui soffermarsi. Il 18° vampiro (Gargoyle, 2009), suo poderoso esordio, offre una capacità di scrittura che va indubbiamente al di là della letteratura di genere e – come si intuisce – che potrà produrre opere di più ampio respiro. Il romanzo ci mostra, forse, anche qualcosa dell’autore attraverso il protagonista (che possiede un po’ alcune qualità intermedie tra il soldato di ventura e l’ebreo errante) e altri suoi comprimari (come “l’amica”, Vergy o Gabriele), costantemente in “fuga” o comunque condannati a una vita “nomade” nel perseguimento d’una missione comune che è quella di sopprimere quanti più vampiri possibile.

In questo senso, siamo di fronte a una vicenda di veri “ammazzavampiri” che si muovono tra Modena, Venezia e l’Appenino tosco-emiliano. E, per far ciò, sono costretti a condurre un’esistenza randagia, senza troppi legami, senza un lavoro stabile, senza amori: la loro è una vita declinata in una condizione di costante precarietà e di continua esposizione al pericolo. Ciò che è apparentemente routine, può in effetti trasformarsi di colpo in una situazione di pericolo, dal momento che anche quanto gli ammazzavampiri credono di sapere è molto fragile e parcellare: in realtà, come uno di loro ammetterà in seguito «...dei vampiri non sappiamo nulla».

Dei vampiri viene data per scontata l’esistenza: semplicemente, ci sono. Vergnani non si preoccupa di spiegarci da dove siano venuti e quando. I suoi vampiri sono del tutto originali: innanzitutto, sono ferocissimi – il “classico” morso sul collo, con l’ausilio di canini appuntiti e aguzzi, è al confronto una pratica gentile e quasi erotica –, vampiri che lacerano e straziano corpi, abbeverandosi del sangue delle loro vittime come da un idrante reciso. In secondo luogo, sono assai simili agli zombie sia nel loro aspetto “verminoso” e disfatto, sia nel loro modus operandi.

Gli amazzavampiri modenesi sembrano essere i perfetti praticanti delle indicazioni enciclopediche di autodifesa contenute in Manuale per sopravvivere agli zombi (Max Brooks, Einaudi, 2006): i vampiri-zombie, peraltro, rappresentano un avamposto della genìa dei vampiri e ne costituiscono soltanto la fanteria d’assalto. Dietro s’intravede un secondo livello di “eletti”: esseri potenti e dalle molte vite, come Grimjank, mutuato da una famoso racconto horror di W.T. Webb (che, di vite, ne ha avute ben 18) e che vive in una rocca antica, oppure come i “Maestri” – maggiormente rispondenti ai canoni del vampiro “classico” – crudeli e vendicativi e implacabili al punto di scatenare una cupa apocalisse finale. La storia è, poi, in realtà la narrazione delle vicissitudini on the road di questi tormentati ammazzavampiri che non trovano mai quiete e la cui esistenza va incontro a livelli di crescente complicazione, via via che i vampiri realizzano che essi rappresentano delle “moleste minacce” al loro status quo, dunque di cui sbarazzarsi con scherzi macabri e sinistri.

Vergnani si sofferma minuziosamente a descrivere i movimenti, il modo di organizzarsi, le perplessità ed incertezze di questo gruppo di trasandati avventurieri, in un flusso lento e ipnotizzante dove le apparizioni dei vampiri finiscono con l’assumere un ruolo marginale, mai dominante. Personaggi dal passato militare (e ciò riflette alcune delle fugaci esperienze di vita dell’autore), con la stoffa degli anti-eroi, sostanzialmente sfigati e marginalizzati dalla vita: se non ci fosse l’obiettivo di distruggere i succiasangue (che non ha alcuna risonanza pubblica, e dunque non porta ad alcun riconoscimento) non avrebbero nulla in mano e sarebbero delle nullità.

Claudio Vergnani in quest’opera mostra indubbiamente una grande creatività nel modo in cui manipola gli elementi propri del genere: non soggiace a quasi nessuna delle convenzioni letterarie che a esso sono proprie (a parte il topos dei vampiri=creature della notte, ma anche questo utilizzato in modo non rigido) e ricorre ampiamente alla contaminazione per dar vita a figure sui generis che suggeriscono una pagina nuova e assolutamente originale nella letteratura horror.

Interessante la modalità di una scrittura molto nello stile hard-boiled che presenta, soprattutto all’inizio e alla fine, due diversi piani temporali che si intersecano tra loro con un continuo rimando dall’uno all’altro (e rimarcati dall’uso di un differente carattere di stampa): un artificio che consente all’autore di coprire un arco di tempo molto maggiore.

Il volume, con delle notazioni redazionale precise ed esaurienti – secondo lo stile consolidato della casa editrice – è arricchita di una stimolante introduzione dello sceneggiatore e saggista Dario Maria Gulli.

Esce adesso, sempre per i tipi di Gargoyle Books, Il 36° giusto che si pone come un seguito delle vicende narrate nel primo romanzo: nella conclusione de Il 18° vampiro c’erano già le premesse di una ripresa della storia degli ammazzavampiri modenesi, piombati nell’occhio del ciclone e ora al centro dell’attenzione dell’antica genìa dei “Maestri”.

Dal risguardo di copertina de Il 18° vampiro
«...sbarco il lunario uccidendo vampiri. Non è un compito difficile, ed è sempre meglio che lavorare. lo e i miei compagni li distruggiamo durante il giorno, mentre dormono il loro sonno di morte, nascosti nei loro miserabili covi. Non possono reagire. Un paio di colpi di mazzuolo ed è fatta. Forse non è il mestiere più bello del mondo, ma è facile e socialmente utile. Non occorrono coraggio o particolare determinazione. Non serve essere animati dal sacro fuoco della giustizia. Serve solo un po’ di pratica e tanta disperazione. Per certi versi è come la disinfestazione di topi o insetti: fai quello che devi fare, sopportando il disgusto, e poi te ne torni a casa. Sempre che non si finisca per esagerare, per passare la misura. Il problema è che non sapevo che esistesse un confine. L’ho saputo solo dopo averlo oltrepassato. E, a quel punto, tornare indietro non era più possibile...»

L’Autore. Nato a Modena, svogliato studente di Liceo Classico, ancor più svogliato studente di Giurisprudenza, preferisce passare il tempo leggendo, giocando a scacchi e tirando di boxe. Allontanato dai Vigili del Fuoco, dopo una breve e burrascosa parentesi militare ai tempi del primo conflitto in Libano, sbarca il lunario passando da un mestiere all'altro, portandosi dietro una radicata avversione per il lavoro. Dalle palestre di bodybuilding alle ditte di trasporti, alle agenzie di pubblicità, alle cooperative sociali, perso nei ruoli più disparati ma sempre in fuga da obblighi e seccature. Il 18° Vampiro è il suo primo romanzo.

mercoledì 28 aprile 2010

Mary Terror: due mondi, due anime femminili, presente e passato a confronto

Mary Terror – Mine (Mio), il titolo originale – è un duro romanzo di Robert McCammon del 1990, che venne pubblicato in italiano un anno dopo per i tipi “Interno Giallo” della Mondadori, e che viene ora meritoriamente riproposto da Gargoyle, mostrando immutata la verve originaria e la capacità d’impatto sui lettori.

Si tratta di un testo di difficile collocazione tra l’action novel e il racconto on the road (con descrizioni ricche e sontuose, a tratti quasi baroccheggianti, capaci – con la loro pienezza – di evocare atmosfere cinematografiche con forti coloriture horror). Leggendone alcuni passaggi viene spontaneo pensare a film come The hitcher. La lunga strada della paura di Robert Harmon, o al magistrale Duel di Spielberg, tratto dall’omonimo racconto di Matheson. È forse anche per via di questi autorevoli richiami che Mary Terror cattura immediatamente il lettore, che ne divora le pagine per scoprirne l’epilogo.

Come giustamente osserva Antonella Beccaria – nella prefazione alla nuova edizione, dal titolo “Mary Terror e la morte del più genuino sogno americano” – nel romanzo giganteggia un confronto tra due epoche diverse. Da una parte, c’è la rivoluzione dei fiori e il movimento hippy con tutte le sue sfumature, da quelle maggiormente libertarie alle propaggini più politicizzate (i Weathermen, Abbie Hoffman) sino ai lati più oscuri del fanatismo (anche Charles Manson con la sua “Setta di Satana” si colloca in quel periodo) e del terrorismo; dall’altra, la normalizzazione degli anni ’80, la generazione yuppie, il ritorno all’enfasi posta sul potere del denaro e della carriera.

Antonella Beccaria coglie con grande sensibilità la chiave interpretativa del libro, collocandolo sapientemente nel contesto storico-politico-sociale dell’America della restaurazione reaganiana: «[…] Mary Terror è prima di tutto un romanzo politico dai tratti impietosi che non risparmia nessuno dei suoi personaggi. È il ritratto dell’America post-contestazione, di ciò che è rimasto una volta conclusisi gli anni in cui si lottava per una rivoluzione che cambiasse il pianeta, dal singolo essere umano alla più tecnologizzata delle società occidentali. È un romanzo sugli effetti dell’estremismo come unica risposta ritenuta possibile».

Per leggere l’intera prefazione, clicca qui.


È, infatti, proprio sul finire degli anni ’80 che prende avvio la storia, che – con i suoi riferimenti al passato ­– procede a ritroso sino al decennio dei ’60.

Mary Terrell – alias Mary Terror, per la fama di feroce assassina che l’accompagna – è ricercata da tutte le polizie statunitensi, in quanto ex componente dello Storm Front, un’organizzazione terrorista di matrice sovversiva, attiva vent’anni prima e quasi interamente falcidiata, nel 1972, in un conflitto a fuoco con gli agenti dell’FBI. Mary muta identità di continuo, è completamente dissociata dalla realtà, e vive di ricordi e di idealizzazioni, non smettendo di macerarsi per la fine dell’amore con Jack Gardiner, “Lord Jack”, fondatore e capo carismatico del gruppo, di cui non sa più nulla dal blitz armato.

Quando la donna legge, sulla rivista “Rolling Stone”, un annuncio con dei riferimenti comprensibili solo a lei e agli altri membri dello Storm Front, ritiene sia finalmente giunto l’agognato momento della ricostituzione del gruppo, e decide, quindi, di mettersi in viaggio alla volta della California (dove l’organizzazione è sorta), non prima però di avere rapito un neonato da portare in dono a Lord Jack, come compensazione per la perdita del loro bimbo mai venuto al mondo a causa delle ferite riportate da Mary nell’imboscata. Per un concorso di circostanze (il “karma”), Mary rapisce il figlio di Laura Clayborne, ex-hippie imborghesita e moglie infelice di un yuppie rampante. Il rapimento determinerà un febbrile inseguimento lungo le strade di gran parte dell’America.


Di Mary Terror colpisce immediatamente la colonna sonora…

Jim Morrison (soprannominato “Dio”, nel delirio della donna, che lo reputa un vero e proprio guru sapienziale), fondatore del gruppo musicale dei Doors, il mitico complesso californiano, accompagna costantemente Mary, come fosse un singolare angelo custode, e lei lo ricambia ascoltandone di continuo le canzoni e canticchiandone i refrain.

Di Crosby, Still Nash & Young viene citato Marrakech Express, celebre brano che inneggia al viaggio; poi, sebbene mai esplicitamente menzionato, c’è Bob Dylan – il menestrello d’America, simbolo della canzone di protesta degli anni ’60 – attraverso il nome di “Tamburino”, l’appellativo con cui Mary ri-battezza il piccolo David Clayborne. Il riferimento è al brano giovanile di Dylan Mr Tambourine Man (1965), simbolo della fuga psichedelica e della ricerca dei paradisi artificiali nelle droghe, canzone presente in Bringing it all back home, il long playing del passaggio di Dylan da folk singer a musicista pop e sperimentale.


Hey! Mr Tambourine Man, play a song for me

I’m not sleepy and there is no place I’m going to

Hey! Mr Tambourine Man, play a song for me

In the jingle jangle morning I’ll come followin’ you.

Come dal titolo di questo intervento e già accennato in apertura, Mary Terror è un romanzo di confronto tra possibili evoluzioni di vita: l’esistenza di Mary è interamente immolata a un passato rimpianto (le cui storture e atrocità sono mascherate dal velo deformante dell’ideologia), quella di Laura, benché ex figlia dei fiori non esente da attimi di nostalgia, è invece venuta a patti con il presente, attraverso un lavoro soddisfacente e il raggiungimento di un rispettabile status sociale.


Ricorrendo a delle categorie psicoanalitiche, si potrebbe dire, che, mentre Laura rappresenta l’istinto di vita (non disgiunto da elementi aggressivi che risulteranno indispensabili per la sopravvivenza propria e di suo figlio), Mary è portatrice di un istinto di morte, che si agita in una mente delirante e allucinata dove anche l’amore (che trapassa senza alcun controllo nell’odio e nella furia omicida) si rivela solo finzione grottesca, modalità per tentare di fare ritorno a un passato perduto.

Ma vivere di passato – e nel passato –, oltre a essere anacronistico, conduce a un destino di distruttività e di morte, perché la vita vera, la vitalità e lo slancio possono alimentarsi solo di continui e dinamici cambiamenti, compreso quello di rinunciare a parti di Sé per riuscire a intraprendere percorsi nuovi e inediti, distaccandosi da quegli aspetti della propria personalità oramai non funzionali ad alcun adattamento e, infine, elaborando il lutto per ciò che si è perso o per ciò che è stato irreparabilmente danneggiato. Crescere e cambiare significa abbandonare una visione del mondo retta da grandi e inconciliabili scissioni, da opposti radicali, dal delirio e dalla persecuzione, ed entrare in un mondo dove i conflitti interiori ed esteriori cessano e inizia una fase di accettazione (delle cose guaste e morte), di negoziazioni e compromessi.

Quella di Mary Terror è una personalità borderline con tendenze sociopatiche e con un forte discontrollo comportamentale che la porta a disconoscere con estrema facilità ciò che idealizza (quando David piange, ad esempio, non è più un “buon” bambino e deve essere punito): parallelamente, molta della sua distruttività è supportata da una spiccata tendenza all’organizzazione rigorosa delle azioni delittuose, tipica dei serial killer.


L’opposizione tra le due anime femminili del romanzo di McCammon è anche negli odori, che fanno parte dell’universo sensoriale attivato dalle descrizioni che vi sono contenute e dagli stilemi linguistici dell’autore, a volte ridondanti ma efficaci.

Per Mary Terror i riferimenti olfattivi sono l’odore animalesco della tana, il lezzo della plastica bruciata, quello rameico del sangue versato e il fetore del pus, del corpo non lavato e del sudore irrancidito (anche in questo caso, l’immagine bella e idealizzata del proprio Sé è consegnata a un passato cristallizzato); man mano che la vicenda evolve verso un finale, Mary assume sempre di più qualità olfattive ferine e sembra perdere le caratteristiche umane, che vengono soffocate dalla sua furia omicida.

Le immagini olfattive che contraddistinguono il mondo di Laura Clayborne richiamano, viceversa, alla pulizia del corpo lavato di fresco, al leggero sentore di shampoo alla mela, al latte e al miele di cui profuma la pelle del piccolo David.


Notazioni sulla cover della presente edizione

Nella prima di copertina, un passeggino, in stile anni ’60, abbandonato in un sottoscala buio e lercio, rappresenta magistralmente la sintesi del pensiero ossessivo di Mary Terror sulla sua maternità danneggiata, e del mondo crepuscolare e devitalizzato del suo delirio.

Sul dorso, campeggia un occhio circondato da colori iridescenti, che è insieme una citazione (e un omaggio) della grafica realizzata per la copertina dell’edizione di Interno Giallo, ma anche un riferimento all’occhio di Dio che tutto vede (dunque anche al “Dio” Jim Morrison) e alla stagione della psichedelia (enunciata dai colori screziati dello spettro dell’arcobaleno che, ancora oggi, i giovani e i movimenti di protesta no global associano alla pace).

Mentre il carrozzino rappresenta un passato statico e sterile, l’occhio guarda al futuro.

In fondo, un libro – se ben scritto – è sempre una porta che collega mondi diversi, sia fisici, sia temporali e, nella fine di ogni storia, c’è un nuovo principio che si genera e si autoalimenta. E, proprio a questo insieme di significati, sembrerebbe alludere quell’occhio. Un occhio che guarda al di là del testo e al di là della vicenda narrata.

Oltre a una “colonna sonora” fortemente caratterizzata è presente nel romanzo di McCammon anche il riferimento alle filastrocche popolari, in maniera quasi antitetica. Contrariamente al tipo di musica che fa da sfondo alla spasmodica fuga di Mary e all’inseguimento da parte di Laura, le cantilene per bambini rappresentano, infatti, il quieto mondo familiare, retto da una serie di valori consuetudinari che ricorrono da una generazione all’altra e che, con la ripetitività dei loro ritornelli – una sorta di “mantra rasserenante”– schermano da un mondo esterno spesso ostile.

La filastrocca inglese citata nel libro, Il figlio del lunedì – che diventa “Il figlio del giovedì”, dal giorno di nascita del piccolo David – è una canzoncina gioiosa, in quanto tributo alla vita, alla curiosità e alle scoperte che si prospettano davanti al nuovo nato, a cui ogni diverso giorno della settimana porterà doni differenti, tutti parimenti belli da conoscere…

Monday’s child is fair of face,

Tuesday’s child is full of grace,

Wednesday’s child is full of woe,

Thursday’s child has far to go,

Friday’s child is loving and giving,

Saturday’s child works hard for a living,

But the child who is born on the Sabbath Day

Is bonny and blithe and good and gay

Una filastrocca che – come spiega una delle tante note editoriali che rendono più comprensibile il testo ai lettori non di madre lingua – rimanda a una canzone di David Bowie, Thursday’s Child, improntata all’ottimismo e alla fiducia nel futuro…

Throw me tomorrow

Now that I’ve really got a chance

Throw me tomorrow

Everything’s falling into place

Throw me tomorrow

Seeing my past to let it go

Throw me tomorrow

Only for you I don’t regret

That I was Thursday’s child

(…)

Lucky old sun is in my sky

Nothing prepared me for your smile

Lighting the darkness of my soul

Innocence in your arms

E, come “il figlio del giovedì” della filastrocca farà molta strada, così auguriamo a questo romanzo riedito da Gargoyle – uscito nelle librerie giustappunto di giovedì (29 aprile) – di fare molta strada… Anche questo è karma, direbbe Mary Terror.


Una breve nota biografica su Robert McCammon


Nato a Birmingham (Alabama) nel 1952, Robert McCammon ha scritto diversi racconti e 13 romanzi, tra cui Baal (1980, suo libro d’esordio), Loro attendono (1980), Hanno sete (1981, Gargoyle 2005), La Via Oscura (1983, Gargoyle 2008), La maledizione degli Usher (1984, Gargoyle 2009) – ispirato al racconto Il crollo di Casa Usher di Edgar Allan Poe –,Tenebre (1987), L’ora del lupo (1989, Gargoyle 2006), Mary Terror (1990, Interno Giallo 1991,Gargoyle 2010), L’inferno della palude (1992). Dal 1992 al 1997, McCammon è stato impegnato nella stesura di Speaks the Nightbird, poderosa trilogia di carattere storico ambientata durante le cacce alle streghe del XVII secolo, che – allontanandosi dal genere – ha provocato molte diffidenze nel mondo editoriale statunitense tanto che il primo episodio è stato pubblicato soltanto nel 2000. Nel 2007 è uscito The Queen of Bedlam, secondo romanzo della trilogia. A McCammon si deve la fondazione della Horror Writers Association (www.horror.org), che ogni anno assegna i prestigiosi Bram Stoker Awards. www.robertmccammon.com


martedì 9 febbraio 2010

La ragazza dei miei sogni: un romanzo tra il perturbante freudiano e le fantasie cosmogoniche alla maniera di H.P. Lovecraft


La ragazza dei miei sogni di Francesco Dimitri (Gargoyle Books, 2006) si legge con grande piacere, perchè la narrazione si muove con efficacia nella dimensione del perturbante in modi accattivanti, non scontati e con la giusta dose di suspense.
La letteratura sul Vampiro in senso lato e sui demoni (e prima ancora su tutto il corpus di credenze popolari che vi è sotteso) si fonda, infatti, proprio sulla dimensione dell'Unheimlich freudiano, cioè su quella dimensione psichica che ha che vedere con il rimosso e con tutto ciò che, con tale meccanismo, è stato allontanato dal campo della coscienza.
Il Vampiro, come tutta una serie di altri esseri "spaventosi" inclusi i demoni che stanno a monte delle credenze popolari su figure specifiche, rappresenta - il più delle volte - secondo un'interpretazione psicodinamica (essenzialmente psicoanalitica) il "ritorno" del rimosso, in modi che sono assolutamente distaccati dal movente originario e proprio per questo sono tanto più inquietanti (e profondamente attraenti, al tempo stesso).
Ernest Jones, uno dei primi allievi allievi di Freud, nonché suo biografo ufficiale, fu molto attratto da questi fenomeni e scrisse un'importante saggio "On the nightmare" (1910, oggi introvabile nella sua traduzione italiana, stampata per i tipi di Astrolabio), nel quale - seguendo le orme di Freud - cercò di tracciare una matrice comune alla base d'una serie di credenze popolari, profondamente radicate nella storia e, tra l'altro, universali (quindi profondamente connesse, secondo Jones, con alcuni meccanismi di funzionamento della psiche).
I primi anni della psicoanalisi furono estremamente produttivi: i suoi pionieri, infatti, al di là delle applicazioni cliniche della nuova "scienza" della mente, cercarono di applicarne i principi ai più svariati campi del sapere e, ovviamente, le tradizioni popolari, i miti e le leggende non sfuggirono a ciò.
Vennero posti, in alcuni campi, degli interessanti canoni esplicativi e vennero gettate le basi di una nuova espistemologia implicante la necessità di ricondurre alla parte oscura della mente (l'Inconscio) fenomeni prima considerati del tutto inesplicabili.
L'occulto e il paranormale, sotto l'impulso conoscitivo della psicoanalisi vennero rivoltati ed esaminati, anche se rimasero sempre delle frange oscure che vennero tralasciate con una saggia "sospensione" del giudizio (in accordo con la presa di posizione dello stesso Freud).

Nella griglia di lettura sul "perturbante", elaborata da Freud, i vampiri, - così come i licantropi o i morti viventi o gli zombie - sono tutti accomunati dall'essere dei "revenant" (riconducibili peraltro alla stessa matrice degli Incubi e dei Succubi), cioè fantasmi che, dal nostro passato emozionale lontano (ma anche dal nostro passato storico infantile dimenticato) riemergono, senza che sia possibile tracciare la connessione originaria e, dunque, apparendo ancor più spaventosi, perchè dotati di vita propria ed "esternalizzati" (ovvero plasmati dal meccanismo della proeizione o della identificazione proiettiva).
Dimitri, mostrando di possedere una profonda conoscenza di tutto questo, riesce a coniugare perfettamente le leggi psicologiche che regolano il versante soggettivo di simili fenomeni con le "ipotesi" letterarie, mitologiche e anche cosmogoniche su di essi.
E, con grande abilità, fa nascere l'evento straordinario e perturbante dalle pieghe della "normalità" e da un'individualità frustrata e solo armata del potere d'una forte elaborazione fantastica, come strumento di fuga (caratteristiche che vengono attribuite al protagonista sin dall'incipit della storia).

La vicenda si legge con grande fluidità ed interesse, perchè il disvelamento della verità avviene per indizi e per sovrapposizioni successive, attraverso una vera e propria indagine paranormale, in cui il protagonista incredulo viene condotto sino alla consapevolezza per passaggi subentranti dall'amico/mago Dagon che funge anche da guida e da mentore.
Dagon è colui che "sa", perchè conosce i misteri dell'Universo, conosce ciò che è invisibile agli occhi e sa anche che non bisogna guardare sino in fondo alcune cose, perchè il prezzo da pagare - per aver visto la realtà nascosta com'è - è la pazzia.
I demoni si possono soltanto contrastare e temporaneamente mandare via, ma nel far ciò - mentre riprendono le lor sembianze originarie non devono essere guardati, così come Perseo poté uccidere la Medusa soltanto avendo escogitato il modo di farlo senza fissarla negli occhi: come lo sguardo di Medusa aveva il potere di pietrificare, così la visione della forma dei demoni rende folli per sempre.

Dagon rappresenta, in verità, anche l'omaggio a Lovecraft e alla sua convinzione che esistano degli esseri "antichi" che precedono di gran lunga l'uomo (i Grandi antichi) e il cui aspetto è assolutamente inconcepibile per la sua limitata mente. L'omaggio a Lovecraft (che, peraltro, ricalca uno degli stilemi della letteratura gotica) è anche nell'affermazione che la conoscenza della verità implica la follia e che a chi ha visto demoni ed entità sovrannaturali, sopravvivendo, rimane solo la possibilità di un balbettìo folle e disarticolato con il definitivo disancoramento da una condizione di sanità mentale.
Chi ha "visto" è condannato a rimanere "folle", perchè la sua mente non può contenere ciò che ha visto e che ha scardinato le ordinarie categorie di spazio e tempo.

Dunque, vi è nel romanzo di Dimitri, un abile contraltare tra alcune delle "classiche" spiegazioni psicologiche sul perturbante che, in definitiva, nasce dalla mente e che viene rivestito di immagini e fantasmi che noi vogliamo immettervi e le teorie cosmogoniche sull'esistenza di entità sovraumane che vivono una loro vita che casualmente viene a contatto con le traiettorie di vita degli umani (quelle sivluppate al massimo grado da H. P. Lovecraft, il folle di Providence, e dai suoi epigoni).
Il suo indubitabile pregio - come osserva anche Valerio Evangelisti nella sua prefazione - è che queste tematiche sono state trasposte con abilità (e vivacità) ad una quotidianità "nostrana" e a quella che, apparentemente, si sviluppa come una storia d'amore.
In questo, Dimitri spezza il pregiudizio che il romanzo horror per essere tale debba avere necessariamente una location ed un'ambientazione consona al Gotico, fatta di brume, brughiere e vecchie rovine.

Nota biografica sull'autore

Francesco Dimitri è un noto esperto di letteratura fantastica, magia e paranormale.
Nato a Manduria (TA) nel 1981, vive e lavora a Roma.
Ha pubblicato quattro saggi, Comunismo magico (2004), Guida alle case più stregate del mondo (2004) Neopaganesimo (2005) e Manuale del cattivo (2006), oltre ad essere co-autore di Dies Iraq (2003), tutti con Castelvecchi, e un romanzo, già opzionato per il cinema, La ragazza dei miei sogni (Gargoyle Books, 2007).
La Guida alle case più stregate del mondo è considerato un piccolo cult, e ne sta uscendo un'edizione spagnola.
Collabora con XL, scrive sceneggiature e terrorizza gli amici coinvolgendoli nei giochi di ruolo.
Leggi la recensione di Costanza Ciminelli

domenica 10 gennaio 2010

Joseph Sheridan Le Fanu e gli investigatori dell'occulto: un narratore tra horror e sensation novel

Joseph Sheridan Le Fanu

Joseph Sheridan Le Fanu, nato e vissuto a Dublino tra il 1814 e il 1873, oltre ad aver svolto la professione di avvocato, è divenuto noto come scrittore che venne ricordato soprattutto per le sue storie ricche di incursioni nel paranormale con il contorno di vampiri ed altri esseri fantastici. La sua produzione letteraria fu particolarmente vasta e annovera romanzi e racconti, alcuni dei quali tuttora inediti in Italia.
La sua notorietà – ma sempre ad un pubblico di nicchia – è legata all’essere stato autore del magistrale romanzo breve Carmilla che ispirò il cineasta Dreyer nell’elaborazione di uno dei primi film del muto che ebbero come protagonista un vampiro.
La sua caratteristica principale fu quella di dar vita a racconti presentati non come come prodotto di finzioni ma come veri e propri “casi” indagati da “investigatori dell’occulto”, di cui il Professor Van Helsing nel Dracula di Bram Stoker fu indubbiamente uno dei più illustri rappresentanti, ma è possibile citare anche John Silence, inventato dalla fervida mente di Algernon Blackwood, per non parlare di altri personaggi, quali Thomas Carnacki (creato da William Hope Hodgson), "l'Antiquario" (Montague Rhodes James), Gideon Fell di John Dickson Carr. E a questi, nel campo della narrativa contemporanea, si può aggiungere l'aristocratico Adam Sinclair, creato dalla penna di Katherine Kurtz e Deborah T. Harris e protagonista di numerosi romanzi - a partire da La loggia della lince - che lo vedono costantemente impegnato in una lotta con il Male, senza respiro
Si tratta di un genere che s'è mantenuto in pieno rigoglio sino ai nostri giorni, pur con delle dovute trasformazioni che ne adattassero la sostanza (il riferimento a misteri insondabili, la cui verità si può soltanto sfiorare, e mai veramente conoscere) ai mutamenti di gusto, di sensibilità, all'avvento di nuove tecnologie e al superamento di barriere cognitive prima ritenute impensabili. In fondo, le avventure di Fox Moulder e Dana Scully e gli X-Files si pongono esattamente in questo filone, di cui sono appunto l'incarnazione più moderna.
Le cinque storie dell’antologia di Le Fanu, In a Glass Darkly, hanno infatti come comune protagonista il Dottor Hesselius, che affronta vari casi al limite del paranormale con spirito analitico, individuandone le eventuali implicazioni soprannaturali.
Inoltre, ispirato dal folklore della sua terra natale, l'Irlanda, Le Fanu è autore di una saga il cui tema potrebbe essere descritto come la Sopravvivenza degli dei antichi (gnomi, fate, mostri leggendari, unicorni tra i tanti). Gran parte di queste storie sono presentate come resoconti dell'ecclesiastico Padre Purcell (anche questo da collocare nella galleria degli investigatori dell’occulto): un espediente narrativo che dà un velo documentaristico a questa sua specifica produzione.
Il gallese Arthur Machen si ispirò a questo filone delle opere di Le Fanu, per le sue storie tra paganesimo e cristianesimo, tra le quali Il grande dio Pan è uno dei più riusciti e magistrali esempi.
Le Fanu fu tra i primi a riportare il mito del vampiro nel suo luogo d'origine con il romanzo Carmilla. La vampira protagonista dell'opera è un personaggio complesso, una creatura saffica e morbosa che racchiude in sé tratti di una lunga tradizione di vampiri letterari, dalla Christabel di Samuel Taylor Coleridge (1801-1816) a Il Vampiro di John William Polidori (1819), e - decisamente - anticipa il Dracula di Stoker.
Due sono gli elementi stilistici che s'innestano nell’opera narrativa di Le Fanu: da un lato, gli stilemi propri della nascente letteratura dell’orrore (di cui Carmilla è il migliore esempio), dall’altro quelli della narrativa “a sensazione” che poi confluirà in quel filone definito “mistery”.
In questo secondo raggruppamento, i racconti di Le Fanu resistono alla tentazione del ricorso al soprannaturale come causa ultima degli eventi di cui i protagonisti sono testimoni per chiamare in gioco piuttosto eventi misteriosi che rimangano in attesa di una spiegazione che, prima o poi, sarà possibile dare, ampliandosi le conoscenze degli investigatori dell’occulto.
Le
sensation novel (nate nel pieno rigoglio della letteratura gotica) ruotano attorno ad un mistero e al segreto che esso gelosamente crea e che mai potrà essere conosciuto veramente: ma solamento colto a sprazzi e a frammenti, tuttavia sufficienti a creare spiazzamento e turbamenti, proprio perchè alludono a qualcosa che sta al di là della capacità di comprensione umana.

E’ uscito alla fine del 2009, per i tipi della Gargoyle, Books un volume che contiene due racconti meno conosciuti di Le Fanu, rispettivamente L’ospite maligno e La stanza al Dragon Volant, nell’ambito di un progetto editoriale che ha già visto la pubblicazione, nel 2008, de Lo zio Silas, da alcuni critici considerato indiscutibilmente la migliore opera narrativa di Le Fanu.
Come tutte le opere di narrativa edite dalla Gargoyle Books, anche questo volume si contraddistingue per il rigore dell’apparato critico: dei due romanzi brevi solo uno era stato in precedenza pubblicato presso un'altra casa editrice (La stanza al Dragon Volant dalla Serra&Riva), ma senza un’adeguata presentazione e contestualizzazione. L'ospite maligno, viceversa, era assolutamente inedito in traduzione italiana.
Ed è sempre il benvenuto il ripescaggio di simili opere che, attraverso questo minuto lavoro di elaborazione, vengono ricontestualizzate e arricchite di vertici d’osservazione nuovi e più aggiornati che ne consentono una lettura più piacevole (ed agevole) con l’arricchimento derivante da una profonda conoscenza dei riferimenti culturali che, in modo sorprendentemente articolato, ne scaturiscono, aggiungendo importanti tasselli di conoscenza e riflessione al vasto capitolo della letteratura gotica.
L'ospite maligno: nella dimora di Richard Marston e della sua famiglia, l'omicidio di un ospite, Sir Wynston Berkley, è il punto di avvio di una complessa vicenda di adulterio, bigamia e suicidio, che si snoda intorno alla figura dell'ambigua e seducente istitutrice francese Eugénie de Barras, giunta dal continente per gettare sul suolo straniero il seme fatale della corruzione.
La stanza al Dragon Volant: il giovane e ricco Richard Beckett, in cerca di avventure nella Francia poco dopo la battaglia di Waterloo, scende al "Dragon Volant" alloggiando in una camera che in passato è stata teatro di misteriose sparizioni. Innamoratosi dell'affascinante contessa di St. Alyre, prigioniera di un matrimonio infelice, cadrà ben presto vittima di una banda di cospiratori che hanno architettato per lui un seppellimento prematuro.

Vampyr (1932) - Carl Theodor Dreyer

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