giovedì 14 maggio 2009

"La ricerca della felicità" ovvero "Sono dei cattivi film quelli che fanno leva sulle emozioni dello spettatore?"

Ieri mi è capitato di rivedere, questa volta in televisione (nel palisesto serale di Canale 5) "La ricerca della felicità" di Muccino (realizzato con produzione americana), con un bravissimo Will Smith (nei panni di Chris Gardner, personaggio realmente esistito e autore dell'omonimo libro autobiografico).
Il film mi era piaciuto allora, alla sua prima uscita nelle sale cinematografiche, e mi è piaciuto in questa seconda visione casalinga, per quanto rovinata dalle pause pubblicitarie.
Chris Gardner è il personaggio tipicamente americano che rappresenta in modo paradigmatico il sogno della riuscita della "pursuit of happiness" sancito dalla Costituzione degli Stati Uniti e, in particolare, dal suo padre fondatore, Thomas Jefferson.
Una storia che fonisce uno spaccato della società americana nella quale, a tutti, viene data una possibilità, ma dove – così come può essere facile avere successo, se si hanno le capacità e un'idea vincente – è altrettanto semplice perdere tutto in un istante.
Chris Gardner, all'inseguimento del suo sogno di poter diventare agente di borsa, visse anni di intensa povertà con un figlio a carico e senza una casa dove stare, riuscendo alla fine a diventare milionario.
Questa è la storia che il film racconta, anche se nell'interpretazione di Muccino sono messe in gioco intense emozioni: la commozione è sempre dietro l'angolo (come in questa scena) e acchiappa lo spettatore, a cui - specie se non è preparato all'impatto delle emozioni - potrebbe scappare una facile lacrimuccia.

L'autobiografia di Gardner, invece, è un po' noiosa (sa troppo di resoconto di una vita in cui un sogno è andato a compimento, quindi troppo didascalica e risente del lavoro di "rimasticamento" testuale del compilatore cui Gardner si è affidato).
Qualcuno, al mio commento positivo (inizialmente inserito in FB), ha detto con veemenza "Muccino io lo odio!! Fa film assurdi e tristi solo per far leva sull'emotività".
Io mi chiedo: "Allora sono forse meglio i film in cui non si capisce niente, quelli in cui si sfiora l'assurdo, quelli che hanno conclusioni tragiche che lasciano l'amaro in bocca?"
Certo ci sono film e film, ma molto sinceramente io che non sono un critico con la puzza sotto il naso, potendo scegliere opterei sempre in prima battuta per un film d'intrattenimento (e prediligo l'azione) oppure un film fondato sui sentimenti e, possibilmente, con un lieto fine.
I bei finali sono sempre consolatori.
E i film, come i sogni, possono rappresentare l'esaudimento dei nostri desideri, anche se in chiave per lo più infantile ed ingenua. Nelle nostre esistenze sempre più aride e dominate da un gretto consumismo e dall'abbattimento della maggior parte dei valori etici su cui si fondava la società.
Ed allora vanno bene i film che mettono in risonanza le nostre emozioni.
Vanno bene perchè ci fanno uscire dalla sala cinematografica di buon umore, rinfrescati, rinfrancati e con la sensazione d'aver speso bene soldi e tempo.
In più, la storia di Chris Gardner (e la rappresentazione meravigliosa del suo rapporto con il figlio) ha qualcosa di epico. Il Chris di questa storia è una sorta di eroe postmoderno: attraverso una serie di prove ardue e difficili, riesce a conquistare la sua metà ambita, sempre senza perdere la dignità - nemmeno per un istante - e senza mai scendere a compromessi. Anche la struttura del film suddivisa in "capitoli" sembrerebbe suggerire una moderna versione dell'"eroe dai mille volti", come è inteso da Campbell, grande studioso di mitologia comparata nord-americano (Joseph Campbell, L'eroe dai mille volti, Guanda, 2008).
Per inciso, la cosa che più mi ha sorpreso di questa riproposizione televisiva del film è che il film fosse indicato ad un pubblico di soli adulti, mentre - a mio parere - per i giovani adolescenti può essere molto più educativo un film così che altri di pura violenza consentiti ai minori di 14 anni oppure ai minori accompagnati da adulti.
Veramente strano che un film che parli di emozioni e che abbia una storia paradigmatica da raccontare venga considerato un film per soli adulti: ancora una volta, serpeggiante dentro quest'orientamento, la strategia di voler educare i più giovani ad essere soprattutto dei cinici consumatori, non pensanti e non forgiati da esempi morali.

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