martedì 5 agosto 2008

La chiocciolina che voleva toccare il cielo

Camminavo nel caldo d'un giorno d'estate, quando mi sono imbattuto in una chiocciolina.
Stavo per passare oltre, ma una vocina sottile mi ha trattenuto.
"Chi sei?"
"Sono un viandante"
"Dove vai?"
"Non lo so. E' la strada a portarmi, non so ancora dove mi condurrà."
"Ce l'hai un nome?"
"No, nessuno me l'ha mai dato, ma se vuoi puoi chiamarmi Wanderer"
"E tu, invece, ce l'hai un nome, chiocciolina?"
"Un tempo ero una principessa ed il mio nome era Noemi"
"Non ti chiederò certo come sei diventata chiocciola..."
"Fai bene: sarebbe una storia troppo lunga da raccontare! Però, siccome mi fai simpatia, forse un giorno te la racconterò, ma non adesso. Per ora, fa persino troppo caldo per parlare."
"Piuttosto, dimmi, chiocciolina - o dovrei dire Noemi? - cosa ci fai appollaiata là sopra? Questo sì che mi incuriosisce!"
"Dopo che sono stata trasformata in chiocciola, mi sono ritrovata in un bel campo di erba verde e tenera. C'era tanto cibo a disposizione e si stava al fresco. Poi, purtroppo, è venuta la siccità e il bel campo verde si è trasformato in un'arida e polverosa distesa di stoppie. Ho pensato che avrei potuto morire di fame e di sete. Mi sentivo soffocare!"
"E, allora, cosa hai fatto?"
"Lo vedi, no?"
"Cosa devo vedere?"
"Ma dai, sciocco, perchè secondo te sono quassù?"
"Non ho molta fantasia, chiocciola-Noemi. Io sono solo un povero viandante... Dimmelo tu!"
"Come ti ho detto, morivo dal caldo in mezza all'erba secca. Di lì a poco sarei morta di stenti. Ho visto quest'affare e ho pensato che fosse una torre che saliva ardita verso il cielo. Allora, pian pianino, ho preso ad arrampicarmici su. Sinceramente, pensavo che sarei riuscita ad arrivare sino al cielo il cui azzurro è così intenso da farmi venire male al cuore..."
"E poi, cos'è successo?"
"Niente!"
"Come, niente?"
"Sono arrivata, dopo giorni e giorni di lenta arrampicata, proprio qui dove tu mi vedi, sulla guglia della torre, ed oltre non si può andare".
"E cosa fai?"
"Aspetto!"
"Aspetti?"
"Sì, aspetto di poter arrivare a quel bel cielo blu, di poterlo tastare con le mie antenne: non ho ancora perso le speranze di poterlo raggiungere, un bel dì. Così è scritto nel libro delle profezie, a quanto sembra: che dovrei farcela. I saggi dicono che sia molto bello lassù. Ma ho anche la convinzione che, se potrò arrivare al cielo, riavrò le mie sembianze di principessa, benché non abbia di che lamentarmi della mia vita di chiocciola. Mi ha insegnato tanto e, soprattutto, mi ha dato il dono dell'umiltà."
"Come passi il tuo tempo?"
"Guardo il bel cielo su di me ed i suoi colori cangianti. Ascolto il frinire delle cicale e lo stormire delle foglie di quegli alberi lontano. A volte, mi limito ad ascoltare il suono del silenzio. Certe volte cado nel deliquio del sonno e sogno del tempo in cui ero una principessa. Qualche volta canto, anche se nessuno può sentire la mia voce che è tanto esile e sottile. Però, una cosa ti posso dire: non mi annoio mai. Mi riparo dal caldo: vedi bene come mi sono sigillata dentro il mio guscio. Durante la notte arriva un po' di rugiada che mi dà sollievo. Ma non ho ancora ho perso le speranze di poter riprendere il mio cammino, un giorno. Quando sarà, sarà. Anche se dovesse venire la pioggia e il campo ricoprirsi di erba succosa, non rinuncerei mai al mio sogno del cielo"
"Ti capita mai di soffrire, di desiderare qualcos'altro?"
"Affatto! Penso che quando, alla fine, raggiungerò la mia meta, la mia conquista sarà ancora più dolce proprio per tutta questa paziente attesa... In uno dei miei frequenti sogni, un saggio dall'aspetto antico - con una grande barba fluente e lo sguardo severo mi ha detto con voce grave che se non ci sono fatica e offerenza, non ci può mai essere alcuna conquista. 'No pain, no gain', egli ha detto solenne: questa frase mi frulla per la testa ma non ne conosco il significato".
"Ma è quello che hai appena detto prima! 'Non c'è guadagno senza sofferenza'. Lo diceva anche un mio amico, che mi ha fatto da Maestro, tanto tempo fa."
"Ma guarda un po': ci siamo appena incontrati e scopriamo di avere questo punto in comune! Io, il veccho saggio che mi parla nel sogno e tu, il tuo amico-Maestro... Si tratta davvero di una singolare coincidenza, anche se siamo così distanti: io, una piccola e umile chiocciolina, e tu, un viandante."
"Chiocciolina-Noemi, è stato proprio bello incontrarti. Mi hai detto delle belle cose che mi hanno riscaldato il cuore e che porterò dentro di me per il resto del mio cammino. Era da giorni che non scambiavo una parola con qualcun'altro. Ma adesso devo andare: la strada mi chiama imperiosa."
"Ciao a te, allora, Wanderer! Anche per me è stato bello incontrarti: ti sei fermato e mi hai rivolto la parola. Tanti passano e nemmeno si accorgono di me, anche se io cerco di attirare la loro attenzione. Penso che ci siano tante affinità tra noi: io voglio raggiungere il cielo, tu sei attratto irresistibilmente dalla strada. C'è qualcosa che ci spinge ad andare, ma non so bene cosa... Magari, se ci incontriamo di nuovo, un giorno, potremo capirlo meglio..."
"Ciao, io vado allora..."
"Va bene, va bene, ma ricordati che se ripassi di qui potresti ritrovarmi ma nella forma di principessa..."
"E come farò a riconoscerti?"
"Stai tranquillo, non avrai alcun dubbio: sarà il tuo cuore a dirti che sono proprio io, Noemi."


sabato 2 agosto 2008

L'ultimo romanzo della Verasani: un piccolo dramma sull'assurdo della vita

Ho letto questo libro di ritorno dalla mia trasferta riminese, quasi tutto in aereo: è un libro che li legge in un baleno, sia perchè è smilzo, ma anche perchè ha un ritmo narrativo ineludibile.

Questa, in sintesi la trama.
Settembre inoltrato. Un uomo e una donna, in una notte fonda prossima all'alba, si incontrano per caso sulla spiaggia di un lago. Non si conoscono e non sanno di essere lì per la stessa ragione: farla finita. Giulio ha fatto un'ultima puntata al casinò. Sandra ha perduto un figlio. Lui, "cinico incompleto", creditore immaginario incapace di un rapporto diretto con la realtà, vince le iniziali resistenze lasciandosi affascinare dal dolore concreto di quella donna che ride per spaventare la paura e definisce l'amore "una cosa semplice". Complice la notte, il luogo si popola di altre presenze precarie e Giulio e Sandra hanno poche ore per raccontarsi qualcosa delle loro vite e, forse, per cambiare idea. Scritto in "bianco e nero", con incisività drammatica e senso del grottesco, il romanzo mette in scena un'umanità dolente che si incrocia in un luogo quasi metafisico, in attesa dell'alba, in attesa che qualcosa si rompa, che qualcosa succeda. E che infatti succede.
E' un thriller sui generis, come un piccolo ed intenso lavoro teatrale "esistenziale" questo ultimo romanzo della Verasani, un racconto nel quale, al di là dell'apparente unità di tempo e spazio (un'intera notte, uno stesso luogo - la riva di un laghetto), lo spazio e il tempo si dilatano all'infinito, includendo le esistenze di molte altre persone, le loro miserie, i loro dolori, le loro gioie, le loro fughe.
E' come se i due protagonisti si siano incontrati con apparente causalità, ma nella vita il "caso" e la "necessità" s'intrecciano in modi così meravigliosi che uno sarebbe tentato di pensare che, dietro gli accadimenti, ci sia un grande demiurgo che tocca con sapienza, con arguzia e, a volte, con crudeltà, i diversi fili.

E' come se i due protagonisti, Sandra e Giulio se ne stessero seduti su una metaforica panchina, ad osservare il mondo davanti a loro, tutto racchiuso nella superficie cangiante del piccolo lago davanti a loro dalla notte più buio al grigio dell’alba, mentre personaggi diversi entrano in scena, e mentre, soprattutto, ciascuno vede scorrere spezzoni di film della propria vita, talvolta regalandone il racconto all'altro.
E' anche un libro meraviglioso sullo scrivere e sul contatto vivific

ante che, a volte, può esserci tra lo scrittore e i suoi lettori: con la lezione che possono essere i lettori "fedeli" a regalare al primo le più belle storie, per poi poterle leggere trasfigurate. Come mostra questo bellissimo dialogo:
"Ha detto che non sa più cosa scrivere," protesta lei, "che le manca un'idea..."
"Insomma, vuole regalarmi una storia. La sua?
Sandra si morde il labbro inferiore. "Forse"
Giulio ride ancora. "Se è una bella storia, è un gioco dove vinco solo io. Lei cosa ci guadagna?
"Che magari un giorno la leggerò," risponde Sandra, "e penserò che è anche un po' merito mio."
La Verasani non ama scrivere romanzi-fiume: i suoi sono, in genere, densi e concentrati, rispondendo sempre ad un preciso ritmo musicale (basti pensare a quelli in cui è protagonista Giorgia Cantini), scandito dall'interiorità dei personaggi. Qui, accanto al ricordo "narrato" e a quello in soggettiva (che rimane non detto, nella mente di ciascuno dei due protagonisti), assume una grandissima rilevanza il dialogo tra le due dramatis personae (gli altri sono solo delle comparse), e forse, anche l'idea che la relazione con l'altro, il "donarsi" possa lenire alcune ferite, anche se soltanto sino all’alba.

lunedì 28 luglio 2008

Ho guardato le stelle

Di notte, nelle montagne del Montefeltro, sono arrivato in cima ad un passo di cui non ricordo il nome (a 987 m. slm).
La strada veniva da Villagrande di Montecopiolo: lì ero arrivato in auto trasportato dagli organizzatori d'una gara podistica.
Poi avevo proseguito in bici (ottenuta in prestito) per percorrere così i restanti 50 km del percorso di gara.
Notte fonda: ero partito da Villagrande alle 2.00 di notte circa.
Il cielo strinato di lampi minacciosi, un profondo silenzio nelle strade.
Sino a poco prima del mio arrivo sul passo, qualche goccia di pioggia, ma giù prima del 40° km di gara aveva anche grandinato.
Giunto su al passo, ricordando di alcune panchine di legno e di un tavolo da picnic che, opportunamente disposti per la sosta dei viandanti, mi avevano invitato a ristare l'anno precedente (ma allora non c'era tempo per indugiare), ben volentieri mi son fermato a riposare.
La mia idea era quella di attendere le prime luci del giorno e, intanto, fotografare i podisti in transito.
Il buio era totale, spezzato solo dal bagliore giallastro molto lontano di alcuni lampioni.
Le condizioni di luce non erano certo le migliori per fare delle foto, anche perchè non si poteva mettere a fuoco bene.
Quindi, ho rinunciato alle foto - ma senza alcun rammarico - limitandomi ad attendere standomene seduto su una delle panchine di legno, confortevole come non mai.
Una piazzola di sosta, un prato rinsecchito, una panchina: elementi essenziali per scrutare nel mio panorama interiore.
Tanto tempo guadagnato, dunque, per stare con me stesso e con il mondo: in verità, solo un frammento piccolo di esso, eppure incommensurabile come un intero universo.
Unici rumori: lo scalpiccio dei runner in transito, guidati dal vago ondeggiare delle lucine che tenevano sistemate sul capo a mo' di lavoratori delle miniere; voci dialogonti sommesse; a volte il rombo di un motore; strani rumori e trepestii misteriosi dalla macchia d'alberi alle mie spalle; i canti degli uccelli già alacri, benché l'alba fosse ancora lontana.
A tratti, sentivo le palpebre farsi pesanti e scivolavo in brevi sonni accompagnati da un meraviglioso fiorire di sogni. Sogni di cui non ricordavo nulla al risveglio, se non quel senso di meraviglia e appagamento.
Ogni tanto, sveglio e lucido, contemplavo il buio che mi avvolgeva come una coltre; poi, volgendo lo sguardo al cielo, nei momenti in cui il velo di nubi si apriva, m'inebriavo alla vista della moltitudine di stelle che, distanti, mi invitavano al vagabondaggio e al desiderio struggente (di cosa, però, non ero in grado di dirlo).
E' bella la condizione del vagabondo delle stelle: una condizione in cui, pur da sveglio, puoi sentire che quasiasi delle cose che solo accadono nei sogni potrebbe verificarsi.
Non sentivo il desiderio di muovermi, avrei potuto continuare a stare in questo stato tra sonno felice e contemplazione delle stelle amiche per un tempo illimitato.
Guardando in basso, attraverso uno squarcio degli alberi, s'intravedeva la distesa apparentemente infinita di luci pulsanti giù nella pianura: tante luci isolate, a grappoli, in distese, mentre le case, i paesi e le città erano ancora immersi nel più profondo dei sonni.
Io lassù, osservavo e contemplavo.
In quel momento, avrei anche potuto essere l'unico sopravvissuto all'olocausto dell'intera umanità.
Non sentivo la solitudine, solo quella forma di melanconia che hai quando senti la potenzialità del desiderio di qualcosa che non hai ancora raggiunto e che però potresti conquistare.
Poi, ho deciso di mettere fine allo stato sognante e, inforcata la mia bici, ho preso a pedalare per ridiscendere nelle città degli uomini.
Per raggiungere quelle soglie e quei destini che ancora mi attendono.

domenica 20 luglio 2008

Sarà poi vero?



Questo è quello che ci dice l'anonimo writer metropolitano con sicumera.
Sarà poi vero?
E voi, siete d'accordo?
Quelle sbavature di vernice, in contrasto con la netta definizione dei caratteri, fanno tanto pensare a lacrime che gocciolano come quella lacrima che scivola via dall'occhio di un Pierrot triste.
D'altra parte, il blu è il colore della tristezza...
I feel the blues...
Perchè mai il writer avrà scelto proprio questo colore per la sua affermazione perentoria?
E quelle sbavature di vernice nn saranno un artefatto?
Se così fosse, potrebbe trattarsi di un'affermazione che contiene implicita una negazione...
Come è, ad esempio, nel terzo film di Tornatore (Stanno tutti bene, 1990, poco amato dalla critica) in cui Matteo Scuro (Marcello Mastroianni), vedovo e anziano padre di tre figli che, tutti, se ne sono andati lontano, nel suo ininterrotto dialogo con la moglie defunta - dandole notizie sui figli lontani - afferma instancabile (e con un finto ottimismo) "Stanno tutti bene...".
Quando poi non è affatto così, come scoprirà nel corso di un suo viaggio attraverso l'Italia intera a partire dalla periferica Castelvetrano, nel tentativo di recuperare e far rivivere gli affetti familiari e riannodare con i figli i fili di un dialogo interrotto.

giovedì 3 luglio 2008

Il carro magico e i rimedi miracolosi... quelli li propinano anche a noi, a iosa!

Tra la fine del XIX secolo e l'inizio del XIX comparvero per le strade dell'America i cosiddetti "carri magici". Cos'erano? Niente di più che dei baracconi ambulanti, trainati da cavalli o muli, con le fiancate vivacemente dipinte, delle quali una era mobile e ribaltabile in modo tale che potesse fungere da palcoscenico per l'allestimento di spettacoli improvvisati.
Questi "carri" si muovevano da un posto all'altro, preferibilmente nei posti più sperduti della "frontiera", quelli che, ancora confinanti con le "terre selvagge" e mai raggiunti dal vento della modernità, mai ricevevano i quotidiani del giorno (ma solo qualche sparuta notizia attraverso il telegrafo, se c'era), quelli i cui abitanti erano sempre avidi di sapere qualcosa di quell'altro mondo per loro precluso, in fondo curiosi delle innovazioni e bisognosi di cure, ma anche facili ad essere ingannati vista la loro scarsa dimestic
hezza con il mondo delle città dell'Est.
Gli spettacoli improvvisati, quando il carrozzone si fermava erano gestiti dal "patron" che aveva alle sue dipendenze una piccola truppa di inservienti e magari anche uno o due animali esotici da esibire. C'erano, quindi, intrattenimenti, lotte, esercizi e giochi di abilità, tutti condotti però sul filo dell'imbroglio e, in genere, finalizzati a suscitare sorpresa e meraviglia.
In forma embrionaria e minuscola, il Carro magico rappresentava il Circo moderno, come si sviluppò - sempre nell'America del Nord - grazie alle grandi intuizioni del grande Barnum che ebbe l'idea di realizzare una sorta di mostra itinerante delle "meraviglie". Per esempio, sua fu l'idea di esibire i "freak", cioè gli esseri portatori di "mostruosità" (di cui molti veri, pochisimi quelli fasulli) oppure di portare in Europa il Wild West Show con Buffalo Bill ed autentici Pellerosse.

La differenza tra il circo ed il carro magico, oltre che nelle diverse proporzioni, stava nel fatto che nel secondo caso, al termine dell'esibizione delle piccole e modeste meraviglie di cui il patron disponeva (molto spesso truffaldine), il gestore del Carro magico, improvvisandosi "medicine man" iniziava a fare l'imbonitore di rimedi miracolosi contro tutti i mali.
E, se prima aveva meravigliato a sufficienza il suo pubblico con lo spettacolino, magari riusciva a vendere un bel po' di rimedi, tirando su un bel gruzzolo: l'unico problema era che, realizzate le vendite, doveva prendere baracca e burattini e andarsene a gambe levate, perchè i rimedi spacciati per miracolosi, non possedevano alcuna delle qualità tanto decantate.
Si può ricordare qui che il primo "Drug act" promulgato negli Stati Uniti non nacque con intenti proibizionisti, ma proprio per cercare di difendere i consumatori da questi spacciatori di rimedi miracolosi e fasulli, come racconta Noam Chomsky in un suo saggio critico sulle strategie proibizioniste.
Esce proprio in questi giorni in libreria un romanzo davvero insolito dell'eclettico scrittore americano Joe R. Lansdale, Il carro magico (Fanucci Editore, 2008) che, con toni comici e picareschi, arricchiti da ammiccamenti ed ironie, racconta appunto la storia di un carro magico che si muove per le strade sperdute d'America nel 1909 e guidato da un ciarlatano il cui vanto maggiore è quello di essere il discendente diretto del pisolero Wild Bill HickoK

Questa in breve la trama.

Il XX secolo è appena iniziato: nel Texas fanno la loro comparsa i primi venditori ambulanti di rimedi miracolosi, mentre i vecchi cowboy sorvegliano le linee di frontiera e gli sceriffi mantengono l’ordine nelle piccole città, dove l’odio razziale fatica a spegnersi, nonostante la liberazione degli schiavi appartenga al passato. La famiglia del giovanissimo Buster Fogg, voce narrante di questo romanzo, viene spazzata via da un tornado insieme alla sua casa, e il ragazzo si unisce – per caso o per volontà del destino – alla compagnia itinerante di Billy Bob Daniels, inventore di medicine prodigiose e tiratore eccezionale, che si proclama figlio illegittimo del leggendario e pistolero Wild Bill Hickok. Insieme all’ex schiavo Albert e ad Alluce Marcio, una scimmia lottatrice, il gruppo di memorabili personaggi viaggia in lungo e in largo per il Texas, inseguito da una tempesta che incombe su di loro come una maledizione indiana, e trascinando il lettore in una spirale di emozioni continue, esilaranti e a tratti tragicomiche. Il carro magico, un romanzo ancora inedito scritto da Joe R. Lansdale nel 1986 - molto prima di conoscere l'enorme successo che lo attendeva - è un'ironica e nostalgica elegia dedicata al selvaggio West, oggi riscoperta dalla meritevole casa editrice italiana e pubblicata in Italia per la prima volta.

Un buon esempio del venditore di rimedi è rappresentano nel film recente di Tim Burton, "Sweeney Todd, il diabolico barbiere di Fleet Street", con l'ottima interpretazione di Sacha Baron Cohen (da non perdere, tanto per farsi un'idea dei personaggi eccentrici e teatrali che governavano i carri magici) che, nell'occasione, si impegna con Sweeney Todd in una pubblica disfida a colpi di rasoio: chi sarà il migliore barbiere?
Ma ciò che ci interessa qui è parlare della vendita di rimedi miracolosi che il ciarlatano del carro magico riusciva a mettere a segno, facendo leva sulla "meraviglia" indotta negli spettatori che, attraverso questo tipo di sollecitazione, dientavano proclivi a prendere per vera qualsiasi panzana e, magari, anche ad esborsare dei soldi pur di avere una panacea contro tutti gli acciacchi.
Poi, naturalmente, i nodi venivano al pettine.
Ecco cosa racconta Lansdale, nell'incipit del suo romanzo, della compagnia di itinerante di Billy Bob
La sera prima ce l'eravamo sostanzialmente filata di soppiatto dalla Louisiana e avevamo raggiunto il confine con il Texas per via di una medicina che Billy Bob avva venduto ad un tizio con la promessa di fargli passare le emorroidi. Non gli erano passate. Non che qualcuno di noi pensasse che funzionasse davvero. Non era altro che acqua, con dentro un po' di colorante e un po' diwhiky. Be', soprattutto di whisky.
Il venditore di rimedi miracolosi dopo aver ampiamente elogiato la sua "buona" medicina ed averne venduto ai gonzi, che hanno abboccato all'amo della mistificazione, deve sostanzialmente filarsela e mai più fare ritorno in quello steso luogo.
Questa storia mi fa pensare a quella di un venditore ambulante, una sorta di "magliaro" di un paese della Sicilia che assieme ad un gruppetto di compaseani suoi se ne andava in giro da un luogo all'altro della Sicilia vendendo porta a porta lenzuola e set per corredi nuziali.
Mi disse, a mo' di confidenza, che loro praticavano l'usanza del "pacco di fiocco".
"Cos'è' sto' 'pacco di fiocco'? - feci io, alquanto meravigliato.
"Dottore, deve sapere, che quando faceamo vedere la merce, noi sciorinavamo la merce buona, lenzuola delle dimensioni giuste e così via, un esemplare unico per ogni tipo di mercanzia tessile che endevamo. Poi, quando i clienti si convincevano all'acquisto, noi gli rifilavamo il pacco confezionato che tenevamoo già pronto, tutto sigillato, e questo lo chiamavamo appunto 'pacco di fiocco'. Concluso l'affare e consegnato il pacco di fiocco all'cquirente dovevamo andarcene subito. Trattandosi di roba per corredi da sposa, il più delle volte non venivano aperti e rimanevano sigillati per anni. Ma se fossero stati visionati subito..."
"Perchè - ho replicato io, alquanto incuriosito - come era fatto?"
"Era delle dimensioni e della conitenza giusta, ma quando si apriva si vedeva che le lenzuola erano minuscole e che non avevano nemmeno la dimensione giuste per preparare il lettino di un bambino... per dare sostanza al tutto utilizzavamo bambagia o cascami di tessuti vari."
"Ah! Ho capito! Ma poi perchè avete smesso [da anni aveva smesso questa attività?"
"Una volta è accaduto che mentre noi ci eravamo attardati un'altra vendita, i primi acquirenti hanno voluto disfare il 'pacco' e hanno capito come stavano le cose. Sono arrivati infuriati.Volevano legnarci, non gli bastava che gli restituissimo i soldi! E questo fatto ci ha rovinato la piazza.
Troppo rischioso riprendere una simile attività!"
Vi ricordate l'espressione che si usa tuttora (forse, oggi, un po' desueta) "Mi hanno fatto un pacco!" oppure "Mi hanno impaccato", per dire "Mi hanno fregato!". Bene, magari il "pacco di fiocco" ne è proprio all'origine.
Che venda rimedi miracolosi per tutti gli acciacchi o che proponga indumenti o lenzuola per corredi, un venditore itinerante - subito dopo aver messo a segno un affare - è costretto a fuggire il più lontano possibile e a non tornare più in quello stesso posto.
Tutta la sua esistenza finisce con l'essere fondata sull'inganno e sull'arte della fuga.
In entrambi i casi, vige il principio che, prima, l'acquirente potenziale, deve essere stupito e affascinato, in modo tale che il piacere della meraviglia sperimentata gli faccia sentire che si trova davanti ad un fine intrattenitore (e soprattutto che l'imbonitore che ha di fronte parla con la verità). Quando s'è realizzato questo d'animo, egli avrà irremediabilmente abbassato la guardia e sarà pronto ad accettare - come medicina - qualsiasi cosa gli sia stata spacciata come tale, qualsiasi rimedio dichiarato efficace nella cura di malanni di cui è stato indotto a credere di essere portatore: l'arte sopraffina del venditore di rimedi miracolosi può arrivare sino a questo punto!!!
C'è da chiedersi se anche i politici politicanti dell'universo mondo non siano come i medicine man dei carri magici d'una volta e come gli imbonitori del "pacco di fiocco", di livello ovviamente ben più sofisticato.
Ma la risposta ad un simile interrogativo non può che essere lasciata aperta.
In ogni caso, il problema maggiore è che loro, dopo averci venduto i loro "rimedi", prima imbonendoli con suadenti parole, non sono costretti a fuggire lontano ed anzi, hanno il privilegio di poter continuare a somministrarcene
caparbiamente ancora, e di farcene provare di nuovi, quelli che decidono loro, "per il nostro bene", a ritmo continuo.
Certo è che - come nel romanzo di Lansdale in cui una metaforica tempesta si addensa sul cielo di ogni luogo in cui il carro magico si ferma - una sorta di nemesi è sempre sul punto di abbattersi sui venditori di rimedi magici: E, prima o poi, si arriverà ad un redde rationem.
Intanto,
se non si può piangere per questa continua indigestione di rimedi miracolosi e di panacee, cosa ci resta da fare se non ridere come il contadino della canzone di Jannacci di tanto tempo fa (la mitica "Ho visto un re"), dove Il contadino che è stato derubato del cavallo, della mucca e del cavallo per le esigenze del re, del cardinale e degli alti dignitari del regno, motteggia con una finta allegria?
E sempre allegri bisogna stare
che il nostro piangere fa male al re
fa male al ricco e al cardinale
diventan tristi se noi piangiam,
e sempre allegri bisogna stare
che il nostro piangere fa male al re
fa male al ricco e al cardinale
diventan tristi se noi piangiam!
Ve la ricordate?


mercoledì 18 giugno 2008

Cosa si fotografa quando si fotografa?

Un bel dì, camminando, la mia attenzione è stata attratta da un paio di meravigliose scarpe sportive di un bel rosso, abbandonate a terra. Asfalto nero, scarpe rosse: uno straordinario contrasto cromatico! Ma il bello era anche la "postura" delle due scarpe, come se qualcuno le avesse disposte in quel modo a bella posta per comunicare un messaggio o trasmettere un'emozione. Ragionando in termini estetici, avrebbe potuto trattarsi di un'installazione di arte "spontanea" o "istantanea": non sono un esperto in materia e, mancandomi i termini tecnici, tiro un po' ad indovinare.


Non erano soltanto l'oggetto in sé, il cromatismo, il gioco soggetto-sfondo ad incuriosirmi e ad attrarre la mia attenzione, ma anche il fatto che tutt'attorno, quasi a completare il quadro fossero disposte delle foglie secche e dei mozziconi di sigarette, ma anche un "santino" della campagna elettorale ancora in corso.
"Affascinante!", ho pensato.
E, visto che avevo con me la macchina fotografica, mi sono accinto a tirare qualche scatto.
Mio figlio, più che altro annoiato delle lungaggini, mi ha chiesto: "Ma cosa c'è da fotografare?"
Ho avuto molte cose da rispondergli. Alcune gliele ho dette subito, molto spontaneamente, altre sono state il frutto d'una riflessione successiva.
Innanzitutto, chi ha la macchina fotografica in mano e ha una consuetudine a dare una sbirciata al mondo attraverso l'obiettivo, tenderebbe a fotografare d'istinto tutto ciò che gli capita a tiro. E, tante volte, non avendo con sè il proprio apparecchio, davanti a qualche scena interessante ed unica, si trova a rammaricarsi "Mannaggia! Avessi avuto la macchina fotografica con me!". E’ l’occhio fotografico ad attivarsi, implicando quasi una sorta di meta-livello nella visione: un bel racconto di Calvino, di cui purtroppo non ricordo il titolo, parla proprio di questo. Un fotografo in preda ad una crisi esistenziale prende tutte le sue foto, frutto di una lunga attività, e comincia a distruggerle a colpi di forbici, riducendole in frammenti, strisce, coriandoli. Ogni frammento richiude in sé un pezzetto di immagine (di mondo): i frammenti giacciono ora sul pavimento, formando un disegno una strana combinazione sfaccettata di immagini. Viene il momento di rimuovere le macerie: il fotografo si sofferma ad osservare e, di getto, la sua attitudine fotografica prende il sopravvento. Febbrile come in uno stato di necessità assoluta, afferra la sua fotocamera e riprende a fotografare le infinite combinazioni di frammenti d’immagini che si stendono davanti ai suoi occhi.
La tendenza a fotografare molto è tanto più accentuata oggi, da quando si usano le fotocamere digitali, anche perchè è possibile esaminare subito la propria inquadratura, valutare il risultato e rettificare il tiro all'occorrenza, ma è anche possibile indugiare a fotografare singoli dettagli, laddove l'uso delle pellicole tradizionali spingeva ad essere più parsimoniosi negli scatti.
In secondo luogo, fotogrando, si legge la realtà, la si decodifica, la si interpreta (e ciò accade non soltanto ai grandi maestri della fotografia, ma anche ai fotografi della domenica). La scelta dell'inquadratura, la maggiore o minore centralità del soggetto, la scelta di una profondità di campo, l'inclusione o meno di un certo dettaglio sono al servizio non della traduzione della realtà osservata in una testimonianza "oggettiva", ma alla rappresentazione di un punto di vista fortemente soggettivo.
Del resto, la tendenza ad "interpretare" la realtà osservata è - da un punto di vista neurofisiologico - già una caratteristica dello sguardo, cioè è il frutto dell'elaborazione centrale (corticale) degli stimoli visivi periferici, che giungono alla corteccia ottica come dati (input) per trasformarsi in "percetto", attraversamento un processo di elaborazione dell'immagine molto complesso (che include anche il collegamento tra ciò che è percepito e certe emozioni: da qui - secondo alcuni - il peculiare fenomeno del déjà vu).
In terzo luogo, una foto racconta in sintesi una storia, come in quest'altro caso.


Ciascuno, davanti ad una certa immagine, può trovarsi stimolato a raccontare (raccontarsi) una storia.
Ciò è evidente in un certo uso che il giornalismo fa della cosiddetta "foto-notizia", in cui l'informazione viene data con l'ausilio di una foto che guida il lettore verso una decodifa particolare dell'evento di cui si vuole parlare. La foto può essere molto più efficace di molte parole e il trafiletto che segue può dare qualche delucidazione in più, senza aggiungere nulla tuttavia ad un primo impatto fortemente emozionale dell'immagine proposta che condiziona, a priori, la decodificazione cognitiva della parola scritta.
Ogni foto ci racconta una storia e stimola degli interrogativi.
Porsi degli interrogativi e ad essi dare una risposta di tipo congetturale è già un modo per costruire in embrione una narrazione.
Nel caso delle scarpe rosse, quindi, verrebbe naturale chiedersi come siano finite lì; perchè siano state abbandonate; o anche perchè siano state collocate in quella posa; qualcuno ha inteso forse trasmetterci un messaggio?
Guardando alla foto delle scarpe rosse, in più, potrebbe anche affacciarsi l'ipotesi della falsificazione: non è che, per caso, sia stato lo stesso autore della fotografia, a disporre le scarpe così? Si tratta di un'instantanea scattata fortunosamente oppure di una "posa" artificiale e studiata?
Se si è curiosi a sufficienza, si possono generare Infiniti interrogativi che, dunque, portano il fruitore della foto a costruire delle storie.
Ognuno costruirà la sua storia, collocandovi le sue emozioni.
Ecco che una foto, così, diventa il luogo delle proiezioni mentali di chi si trovi ad osservarla e, per estensione, una vera e propria "macchina per sognare", com'è in una scala infinitamente maggiore il cinema (che altro non è che, nell'invenzione iniziale, una serie di foto in sequenza, fatte scorrere velocemente davanti allo spettatore), in definitiva un dispositivo che apre la nostra mente ad una prospettiva di infinite storie.

sabato 14 giugno 2008

"E venne il giorno" ovvero una metafisica dell'apocalisse

I film di M. Night Shyamalan colpiscono sempre forte e duro, lasciando una traccia intensa. E non sono mai dei film agevoli da vedere: creano inquietudine, perchè ciascuno di essi - in modo diverso - porta lo spettatore ad attendere, in un crescendo di ansia e trepidazione, la rivelazione finale che non sarà mai consolatoria (basti pensare a "Il sesto senso") e che, il più delle volte, arriva come una doccia fredda (forse, in questo senso, fa eccezione, "Lady in the water" (che sviluppa una riflessione sulla metafisica delle narrazioni). In ogni caso, Shyamalan è un grande affabulatore per il quale ciò che conta è la trama narrativa non il genere né il forte vincolo di stilemi obbligati.Forse per questo motivo, i suoi film sono di difficile catalogazione: nel caso di "E venne il giorno", alcuni lo hanno rubricato come "Fantascienza", altri come thriller, senza che si possa dire che appartenga all'uno o all'altro genere.
Il film che, significativamente, nell'edizione originale è intitolato "The happening" ("L'evento", "L'accadimento"), in quella spagnola "La fine de los tiempos" ("La fine dei tempi"), in quella francese "Phenomènes" (“Fenomeni”), parla di un'apocalisse prossima ventura: qualcosa che semplicemente "accadrà", ma che - si badi bene - non coinciderà con la fine della nostra "casa" terrena - del mondo cioè (della Terra, di Gaia che con tanta ingratitudine abitiamo e di cui vantiamo - abusivamente - il possesso). Sarà piuttosto un'apocalisse che porterà alla scomparsa dell'Uomo (dell'Umanità), degli uomini ormai divenuti indesiderati ospiti e non possono più essere tollerati. Nulla di più calzante in un momento in cui ci avviciniamo ad una data "millenaristica" che è il 21 dicembre del 2012 e sul quale tanto si sta dibattendo proprio in questi giorni.
La locandina diffusa nei circuiti italiani, il cui tema è quello di una lunga strada (che si distende a perdita d’occhio verso l’orizzonte) disseminata di automobili abbandonate ed illuminata da un crepuscolo livido, sembra alludere proprio ad un'improvvisa catastrofe.
Ma lo spettatore che si rechi a vedere il film, dopo aver attraversato una simile "soglia" alla sua tessitura narrativa, si ritroverà ad impattare su d'una rappresentazione ben più perturbante di un semplice "after-day" nucleare (che abbiamo visto in diversi film) o di una catastrofe climatica (come nel recente "The day after tomorrow").
Si tratta, invece, di un'aggressione "di ritorno" all'uomo da parte della natura offesa, dalla Terra, intesa come unitario organismo vivente e capace di produrre reazioni difensive e di adattarsi, oppure - se vogliamo introdurre un punto di vista ben più metafisico - dell'azione d'un essere superiore, un creatore che, riflettendo che ciò che ha creato è bello e deve essere mantenuto integro, elimina definitivamente quegli esseri senzienti che agiscono fuori controllo, attentando in modo reiterato alla buona salute del pianeta, con il loro esserci, con il carico di odio e di aggressività con cui avvelenano l'aria, con il loro stare raccolti in masse informi che producono cattive vibrazioni.
La vicenda, rivelando così anche una vocazione ambientalista, prende spunto da una frase di Einstein (più volte citata in vari contesti e particolarmente pertinente oggi in cui sono sempre più diffuse le segnalazioni della scomparsa su larga scala delle api): "Se le api dovessero scomparire dalla faccia della Terra, all'Uomo rimarrebbero soltanto quattro anni di vita". L'assunto sviluppato dal regista nel corso del film è che certi eventi semplicemente accadono (sono degli eventi "assoluti") e che, per essi, non sarà mai possibile trovare una spiegazione scientifica ragionevole (anche se la si vorrebbe trovare anche al costo di falsificare le evidenze, perchè le ipotesi scientifiche con le loro ristrette certezze sono consolatorie rispetto alla solitudine e alla paura dell'uomo contemporaneo di fronte all'ignoto).
Risulta evidente che il messaggio lanciato dal regista è che, nella catastrofe, si può pur sempre ricostituire l'unità elementare dei rapporti familiari, una coppia cementata da un reciproco, forte, sentimento assieme ad un terzo (una ragazzina) e che, a partire da questo, è pur possibile ricominciare.
Ma anche questo non è sufficiente, se avviene troppo tardi, quando il degrado latente e le derive sono andate troppo avanti.
La visione finale del regista non è affatto consolatoria: in fondo, sembra volerci dire che siamo come miserabili pulci posate sul vello di Gaia (la Terra che secondo alcune ipotesi sarebbe un complesso organismo vivente) e che, in qualsiasi momento, potremmo essere spazzati via come indesiderati ospiti.

Il regista (da www.my.movies.it) - M. Night Shyamalan è un regista e sceneggiatore indiano. Cresciuto in Pennsylvania, debutta alla regia nel 1992 con Praying with Anger ("Pregando con rabbia"), il cui successo di critica non è bissato da Wide Awake ("Ben sveglio", 1998), film che annuncia la tensione del giovane regista verso una lucida rappresentazione del perturbante contatto fra normale e paranormale, fra vita terrena e aldilà.
The Sixth Sense - Il sesto senso (1999), clamoroso successo in tutto il mondo, affascina per il rigore narrativo con cui racconta la storia di un bambino che vede i morti e del suo psicologo, ma anche per una non trascurabile carica di riflessione narratologica.
Unbreakable - Il predestinato (2000) prende spunto dal mondo dei fumetti per rinnovare l’incursione nell’ambito del trascendentale, raccontando di un supereroe in carne e ossa e del doloroso convivere con la sua condizione.
Signs (2002), originale esempio di science fiction sui sintomi allarmanti di una presenza aliena, conferma le sue robuste doti di narratore e ne fa una delle personalità più promettenti del cinema hollywoodiano degli inizi del XXI secolo.
The Village (2004) è quasi una sintesi perfetta della sua idea di cinema: narrando di una piccola comunità contadina che vive isolata in un villaggio circondato dalla foresta e che impedisce a tutti i suoi membri di allontanarsi con la minaccia di creature innominabili che infesterebbero il bosco (e che poi si rivelano invece solo un’invenzione degli anziani per tutelare la sicurezza della comunità e per mantenere l’ordine sociale).
Shyamalan fa della paura il collante sociale delle sue storie, sempre costruite in vista di una rivelazione finale che obbliga lo spettatore a riconsiderare tutto quello che ha visto in una nuova e inedita luce.

La scheda del film
Un film di M. Night Shyamalan, con Mark
Wahlberg, Zooey Deschanel, John Leguizamo, Betty Buckley, Frank Collison, Ashlyn
Sanchez, Spencer Breslin, Robert Bailey Jr.
Genere Fantascienza (o, secondo
altri, thriller), colore 91 minuti.
Produzione USA, India 2008.
Distribuzione 20th Century Fox

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