Visualizzazione post con etichetta ricordi d'infanzia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ricordi d'infanzia. Mostra tutti i post

giovedì 18 novembre 2010

The way I was - Carcò, il mio compagno di banco di III

Uno dei temi frequentemente assegnati dai maestri ai ragazzini delle Scuole primarie (un tempo "elementari) alle prese con i primi e faticosi cimenti della scrittura è relativo alla descrizione del mondo che circonda i bambini, l'immediato "vicino", anche nel senso antropologico del termine.

Un esempio di composizione, attinto dai miei personali ricordi:

Il mio compagno di banco

si chiama Carcò

Ha gli occhi marrone.

Ha i pantaloni marroni

Porta un maglione marrone

e ha le scarpe e le calze marroni

Fu il testo di un mio tema quando ero - se non ricordo male - in 3^ elementare.

Il titolo che ci aveva assegnato il maestro era: "Descrivi il tuo compagno di banco".

La mia composizione si distingue per la stringatezza ("stitichezza" compositiva, soleva dire mia madre raccontando l'episodio) e monotematicità.Parrebbe cheio vedessi il mio compagno di banco come un pezzo di cacca, né più né meno (considerando la profusione di marrone), forse perchè fui sollecitato dall'assonanza tra "carcò" e "cacò" (passato remoto del verbo "cacare") con un istintivo e spontaneo spostamento verso la "cacca", amata/odiata.

"Cacca", da piccolo, parola amata: spesso solevo dire, arrivando a casa dei nonni, provocatoriamente (o forse soltanto perchè lo trovavo divertente o perchè così ritenevo di manifestare il mio affetto), "Nonno Totò e Nonna Ia, cacca e pipì!".

Ma anche odiata: la nonna sentendomi pronunciare a ripetizione queste parole esortava mia madre a punirmi, pungendomi la lingua con uno spillo.Lei diceva che sì, l'avrebbe fatto ma poi non eseguiva mai. Cionondimeno io ero terrorizzato, ma non per questo riuscivo a tenere a freno la mia linguaccia.

Mia madre raccontava questa storiella su Carcò tutto marrone e ogni volta si faceva grasse risate, commentando: "Chi l'avrebbe mai detto che, dopo, da grande, ti sarebbe venuta la passione per la scrittura!".

Mi raccontava anche che, dopo quel tema, il maestro la chiamò per discutere con lei di questa mia scrittura "stitica" e monocorde,lamentandosi della mia scarsa fantasia e della mia pigrizia nell'aggiungere alla mia composizione altre parole che rendessero il racconto un po' più corposo.

Ed ora - mi chiedo - dove sarà finito il buon Carcò (di cui non ricordo nemmeno il nome)?

giovedì 14 ottobre 2010

The way we were: il gioco del Giro d'Italia


Da piccoli (e si parla, grosso modo, della generazione degli anni del dopo guerra, quella che sostanzialmente - con un'ampia approssimazione - fece il Sessantotto) uno dei giochi preferiti per riempire le lunghe giornate estive trascorse in spiaggia a Mondello, era "Il giro d'Italia" che noi chiamavamo anche "La pista".
Per poterci giocare erano essenziali due componenti: una statica e l'altra dinamica.
Quella statica era costituita da una lunga pista a circuito, realizzata sulla sabbia molle in modo uniforme mediante il trascinamento per le gambe del più pesante dei candidati al gioco, in modo tale che con il suo deretano si scavasse un lungo solco regolare con le sponde rialzate e le curve sopraelevate lungo il margine esterno. Secondo la fantasia del "trascinatore" nella "pista" così realizzata potevano dominare i rettilinei, le curve, le doppie curve e persino le serpentine. Oppure potevano esservi tutti gli elementi assieme per realizzare un percorso irto di difficoltà: se si voleva, si poteva aggiungere - con un po' di lavoro manuale in più - anche una chicane.
Quella dinamica era data da grosse biglie di plastica colorata (in giallo, azzurro, rosso, viola, nero) per metà, e trasparente per l'altra metà. All'interno, sul piano sagittale della piccola sfera era allocata la foto di un ciclista (uno dei grandi campioni di quegli anni), raffigurato nel volto soltanto oppure a figura intera in piena azione. Qualche volta, nel tondino centrale c'era l'effige di calciatori, oppure di piloti di Formula Uno.
Le regole erano semplici: ciascun giocatore si attribuiva una o più biglie e con queste si partiva. Si decideva chi dovesse fare il primo lancio con uno spareggio a chi mandava più distante la propria biglia.
Era previsto un lancio a turno, che consisteva nello spingere a velocità la biglia in questione con uno zicchettone delle dita (l'indice fatto scattare come un grilleto dal pollice), il più velocemente possibile nei rettilei, con accortezza nelle curve. Chi, alla fine del primo giro di lanci, era in testa rilanciava per primo. Chi usciva di pista, passava un turno e riprendeva alla serie successiva di lanci.
Presto c'erano i doppiati e i bi-doppiati. Altri ragazzini - non giocatori -si raccoglievano attorno alla pista e facevano il tifo per i diversi ciclisti in lizza.
In presenza di tiri che richiedovano una traiettoria difficoltosa, il giocatore - come nel bigliardo - studiava a lungo la strategia di lancio migliore.
Per tutti noi - giocatori e spettatori - quelle biglie colorate erano veramente i ciclisti o i piloti di formula uno.
E ciascun giocatore s'identificava pienamente con il ciclista o pilota di cui era presente soltanto l'icona.
Il ciclista era lì sul circuito di gara e noi, al tempo stesso, eravamo lui.
Erano questi i nostri gioci virtuali...
Si potrebbe dire - con linguaggio moderno - che ciascuna biglia con l'icona del ciclista preferito fosse l'avatar di ciascun giocatore.
Si stabiliva in anticipo quanti dovessero essere i giri da compiere per ultimare la gara.
Potevamo passare ore e ore intenti in questo gioco che ebbe un notevole impulso quando (io avevo un po' meno di dieci anni) un mio cugino più grande si trasferì con tutta la famiglia a Palermo. Lui, già più maturo, si interessava molto di ciclismo e automobilismo e, quindi, con l'aiuto di una fantasia fervida, divenne presto organizzatore e animatore assieme del gioco.
Mi sono ricordato di tutto questo, guardando al cinema Una sconfinata giovinezza di Pupi Avati: il protagonista è fortemente vincolato al ricordo d'infanzia di un gioco di questo tipo fatto tuttavia in povertà, essendo i "corridori" realizzati con tappi di bottiglia di metallo (del tipo da birra o da gassosa), sulla cui superficie concava venivano incollati i volti dei ciclisti ritagliati dall'album delle figurine o da riviste periodiche o da quotidiani.
Ma le modalità del gioco e l'infiammarsi di entusiasmo per i propri ciclisti con la rievocazione di gesta note - realmente accadute - del Tour de France o del Giro d'Italia erano identici.
Quelle "pedine", chiuse in un sacchettino di stoffa, il protagonista della storia le porta sempre con sé da un decennio all'altro e rimangono con lui come aggancio ultimo ad alcuni ricordi del passato mentre la sua memoria si dissolve nelle nebbie dell'Alzheimer.

mercoledì 5 maggio 2010

The way I was - Giochi di sabbia, da piccolo e da grande

Estate 1952. Io e i miei legni

Questa foto ha una sua storia ed apre uno scenario sui miei giochi da spiaggia quando ero piccino.
Ovviamente, secchiello, paletta ed innaffiatoio erano immancabili.
Ma io volevo di più...
Non mi bastavano questi semplici strumenti...

Volevo costruire con la sabbia e dare forma alle mie fantasie.
E, dunque, assecondato da mia madre, tenevo con me un'intera scorta di legni (tutti raccolti in spiaggia) che servivano da materiali da costruzione, per fare ponti rampe, ponti levatoi, palizzate, perfino pavimenti sospesi in modo da poter realizzare nelle costruzioni di sabbia (castelli ed altro) concamerazioni su più livelli.
Di questi pezzi di legno di varia foggia io ero assolutamente geloso: erano un mio patrimonio personale e viaggiavano sempre con me, contenuti in una vecchia borsa di stoffa verde con manici di legno che mia madre mi aveva dato, proprio per questo scopo.

In una fase successiva, crescendo la mia capacità di movimentazione di carichi più ingenti e avendo ricevuto in dono dai miei una bella pala di metallo, scavavo profonde ed articolate trincee. Oppure fossi profondi con l'obiettivo di raggiungere il livello del mare e creare, al fondo della buca, una polla di acqua salmastra.
Raggiungere l'umido era una meta ambita, ma anche la fine del gioco perchè l'acqua corrodeva le pareti del fosso che cominciavano a franare, compromettendo tutto il lavoro fatto.

Poi, sono passato alla fase delle grandi buche che venivano mascherate con una copertura distecchi leggeri e di sabbia: delle vere e proprie trappole...
E fu una fortuna che nessuno si sia mai fatto male.
..

Con mio padre - ma questa è stata una cosa che facemmo soltanto due o tre volte - costruivamo sulla spiaggia il "vulcano".
Si faceva così: formavamo una grande montagna di sabbia, prediligendo all'inizio quella umida, ma non bagnata, perchè si compattava meglio per creare la camera di combustione e il camino.
Quando la montagna era sufficientemente alta - e in genere veniva di foma conica, come l'Etna - mio padre scavava un cunicolo orizzontale nella sua base, sino al centro. Quindi, partendo dalla sommità faceva un secondo cunicolo sino a congiungerlo con la cavità centrale: e così il vulcano era pronto. A questo punto, bisognava soltanto riempire il punto di congiunzione di materiale combustibile e dargli fuoco.
Di tutti questi aspetti "tecnici" si occupava mio padre...

Se il tiraggio era buono e se si aveva l'accortezza di aggiungere anche molta carta, dal cratere del vulcano cominciava a venire fuori un bel fumo bianco, con grande delizia di tutti i bagnanti presenti.
Era questo il motivo per cui il "vulcano" non si poteva fare ogi volta che avrei voluto: ma io, a mio padre, glielo ricordavo sempre perchè il divertimento era davvero troppo grande...

La nostalgia dei giochi di sabbia è rimasta dentro di me molto forte.
Sino a quando mio figlio ha avuto voglia di farlo costruivo con lui - per lui, perchè dopo un po' lui si stancava di lavorare a spostare e a compattare sabbia - grandi castelli che poi venivano ammirati da tutti gli altri bambini, che chiamavano il proprio padre per mostrarglieli e dire loro:
"Papà, costruiscine uno così anche per me!".
Anche adesso che mio figlio è cresciuto e si vergognerebbe a indulgere in questi giochi, se mi ritrovo su di una spiaggia si manifesta quasi sempre irrefrenabile l'impulso a scavare e ad ammucchiare la sabbia che viene fuori dallo scavo e finisce con l'assumere forme diverse; in genere fortificazioni, castelli, città, dighe...
Potrei passarci ore a occuparmi così...

domenica 15 novembre 2009

Ricordi d'infanzia... Quelle panchine rosa di Mondello

Mondello, lungomare - Panchina sbroccata davanti al cielo e al mare
(foto di Maurizio Crispi)

Alcune delle panchine che popolamo il lungomare di Mondello le hanno rifatte, cercando di ricalcare la foggia di quelle antiche (e queste "modernizzate" non sono certo la stessa cosa, perchè hanno un che di finto e di artefatto), ma quella della foto è proprio una di quelle che anche io ho frequentato nella mia infanzia: autentica! DOC! con tutti i segni del tempo che è trascorso, compresi quei ferri arrugginiti che vengono fuori dal granigliato di cemento corroso dal tempo...!!!
Il bello di adesso è che, oggi, soprattutto nel periodo di chiusura della stagione balnerare vengono rimosse quelle odiose inferriate di ferro con la bordura di minacciosi spuntoni (che sottlineavano lo strapotere della Società italo-belga sul litorale) e, quindi, fermandocisi a riposare, lo sguardo verso il mare può correre più libero a perdersi verso l'orizzonte...
La sosta sulla panchina all'uscita dalla spiaggia era d'obbligo: ci si sedeva, ci si spolveravano dalla sabbia i piedi con un apposito scopino (che era parte obbligata del corredo da mare ospitato nella capiente borsa di mia madre) e, quindi, ci mettevamoo i sandali (a quei tempi, di tipo rigorosamente francescano, in cuoio).
Questo era quasi un rito giornaliero che chiudeva quelle ore al mare: ma anche un modo per ricomporsi prima del ritorno a casa e un metodo per evitare di importare la spiaggia in città...
Credo di aver fotografato, in maniera assolutamente casuale, proprio la panchina delle mie soste d'infanzia.
Siamo, infatti, all'altezza del Commissariato PS Mondello Valdesi e la cabina della mia famiglia era proprio qui...
Intere giornate al mare, la classica pasta al forno o gli arancini o i semprefreschi imbottiti per pranzo, pane e uva per merenda...
Ricordi d'antan...
Creative Commons License
Frammenti by Maurizio Crispi is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License.
Based on a work at maurcrispi.blogspot.com.