giovedì 15 gennaio 2009

"Ketti ti amo" sfida il tempo

Sul muretto di contenimento d'una delle rampe della Scala Vecchia che sale a Monte Pellegrino (Palermo), a pochi passi dalla prima cappelletta votiva intitolata a Santa Rosalia e primo luogo di sosta importante per i pellegrini, una mano ignota tantissimi anni fa ha tracciato a lettere cubitali rosse una perentoria e lapidaria dichiarazione d'amore per la sua "Ketti".
"Ketti ti amo", si riesce ancora a leggere, benchè i caratteri siano ora sbiaditi dal tempo.
E' da almeno trent'anni che la osservo, chiedendomi chi fosse questa Ketti, e - in anni più recenti - ogni volta che mi capita di passarci davanti, rimango stupito del fatto che - in un mondo dominato dall'impermanenza, fatto di cose transitorie e precarie dalla vita fugace e di amori "usa e getta" o "liquidi" per usare la felice espressione di Zygmunt Baumann, questa dichiarazione d'amore se ne stia là a sfidare il tempo, ad imperitura memoria d'uno stato dell'anima dell'ignoto autore, forse di una condizione in "statu nascendi" - di particolare effervescenza - nell'innamoramento tra i due.
Stando seduto sulla rozza panca di ferro (assicurata ad un palo con un catenaccio per prevenire perniciose tentazioni), posta dinanzi all'immagine della Santuzza e che invita al riposo e alla contemplazione, sto per un po' a meditare sulla "resistenza" al tempo dell'anonima dichiarazione, appena distratto dal brusio che sale dalla città convulsa sotto di me.
Mi chiedo: Ketti sarà mai passata di qui?
Oppure: la scritta è stata posta proprio qui, a due passi dalla Santuzza, perchè il suo compilatore sperava in una speciale intercessione da parte della Santa?
Oppure: i due erano insieme quando le lettere furono tracciate?
Immagino, in un'ipotetica lieta conclusione della storia d'amore che s'intravede dietro, che i due - Ketti e il suo innamorato senza nome - alla fine si siano incontrati e si siano fidanzati.
Immagino anche, nel prosieguo di quest'estrapolazione, che i due, a distanza di quasi trentanni, siano ancora assieme e che, almeno una volta all'anno, vengano qui in "pellegrinaggio", tenendosi per mano, per fermarsi - pensosi ed emozionati - davanti alla dichiarazione che è stata il fondamento della loro storia.
Ma anche se le cose non fossero andate così, non importa.
E' bello vedere che la traccia d'una dichiarazione d'amore abbia potuto vivere tanto a lungo, quasi a testimoniare il forte importo d'energia emozionale che, alla sua origine, ne dovette "impregnare" i caratteri.

lunedì 12 gennaio 2009

La fondamentale "incertezza" della medicina contemporanea riflessa nell'esperienza di un paziente/scrittore


Di questi tempi, fioccano saggi e opere letterarie che, in forma diaristica o romanzata, trattano di esperienze di malattie e guarigione, e - per quanto riguarda noi - di rapporti con il Sistema sanitario nazionale. Alcune sono eccessivamente polemiche, mentre altre riescono a puntare il dito, non tanto sul "marcio" che, a
chiazza di leopardo, indubbiamente c'è nel nostro sistema sanitario, quanto piuttosto sulle sue "disfunzioni". Appartiene alla tipologia della saggistica "diaristica" il piccolo volume del giornalista Roberto Levi, preceduto dall'accattivante presentazione di Umberto Veronesi, "Lo sapevo, non dovevo ammalarmi. Un uomo alla ricerca della sua diagnosi" (Feltrinelli, 2008). L'autore (che ha inizato la sua carriera giornalistica nel quotidiano "La Notte" come cronista di nera, notista di costume ed inviato sportivo e che, dal 1996 cura su "Il Giornale" una rubrica quotidiana di critica televisiva) racconta in prima persona d'una propria esperienza di malattia (così sembrerebbe, salvo ad avanzare il dubbio che possa trattarsi d'una finzione letteraria), dal riconoscimento dei primi sintomi all'avvio d'un itinerario tortuoso e complicato per identificare una possibile diagnosi, un vero e proprio "calvario", che,descritto in modo ironico e disincatato,con toni talvolta dissacranti, lo porta ad entrare in contatto con diversi aspetti - pubblici e privati - del mondo della terapia e della cura (perfino con le medicine alternativa e con la dietologia).
L'autore è, appunto, un "uomo alla ricerca della sua diagnosi" e il suo percorso, affine a quello rappresentato da Nanni Moretti nell'ultimo episodio ("Medici") in "Caro diario..." presenta delle vicende quasi paradossali e grottesche.
Ricordiamo qui che "Medici" è la cronistoria, con una ripresa iniziale autentica, della lunga malattia che Moretti aveva contratto. Diagnosi e medicine sbagliate, medici poco disposti ad ascoltare. Poi il paradosso finale: quella che sembrava una malattia della pelle era un tumore benigno e i sintomi erano riportati da una semplice enciclopedia medica.

Ma, tornando al nostro libro, dietro l'ironia graffiante s'intravedono alcune disfunzioni del sistema sanitario (grandi e piccole), che tuttavia sembrano dipendere in massima parte da un'umanizzazione ancora alquanto precaria nella relazione intercorrente tra i "sacerdoti" della diagnosi, della terapia e della cura e i "pazienti", secondo una geometria che non è mai armonica e paritaria, ma sempre segnata da una forte asimmetria e da un fondamentale squilbrio nel gioco di forze in campo. Il paziente viene rappresentato come una "vittima" del sistema, anche se alcuni dei suoi patimenti derivano dall'incertezza che tuttora domina l'approccio alle malattie, dall'impossibilità per i medici - in una grande percentuale di casi - di formulare diagnosi sicure, dal collidere di scuole di pensiero diverse, dall'incidenza pesante - infine - di interessi personali.
Il vero problema, spesso ignorato o preso sotto gamba, è che lo scientismo dominante e la necessità di trasformare la pratica medica in commercio di farmaci e di pratiche strumentali costose hanno oscurato fin troppo l'empirismo della Medicina, la sua natura di scienza "debole", le sue incertezze, benchè interessi commerciali predichino il contrario nei media e attaverso i loro "portavoce" ufficiali, creando false speranze e l'aspettativa non realistica che, per qualsiasi sintomo, ci sia una diagnosi ed una "cura" risolutiva, laddove invece la filosofia ippocratica ci ricorda che, a volte, "Il meno è il meglio" e che, di fronte a tante situazioni morbose incerte e poco chiare, occorrerebbe imparare a "convivere" e ad accettare, ponendosi da medici in una posizione di umiltà e di disponibilità all'ascolto della singolarità di "quel" paziente.


Laddove, invece, un paziente con sintomi oscuri e poco chiari viene spesso catagolato come un ipocondriaco o licenziato con superficialità con frasi del tipo ("E' una banale gastrite!", oppure "Non è niente", oppure "Una bella notte di sonno e passa tutto...", per non dire le famose frasi latine di conforto, quali "In amaritudine salus!" o ancora "Sursum corda!").
Niente di peggio, poi, quando le paura e i timori d'un paziente, candidato ad una diagnosi, o la sua franca ipocondria s'incontrano con la prosopopea e la superbia di alcuni specialisti e dei grandi luminari, com'è raffigurato con acume e con gustosa ironia da Daniel Pennac in "La lunga notte del dottor Galvan" (Feltrinelli, 2005).
Forse, soltanto quando si crea un'attitudine interiore di "accettazione" si possono realizzare le premesse per il ristabilirsi d'un equilibrio psicosomatico che apre la strada alla guarigione con la percezione di una qualità di vita sicuramente migliorata (percezione sempre soggettiva, si badi bene, non necessariamente oggettiva e legata alla consapevlezza di una "restitutio ad integrum").
Resta comunque certo che, in Italia, vi è ancora moltissimo da fare per una umanizzazione delle pratiche mediche e della relazione tra "paziente" e "curanti", a qualsiasi livello i secondi si trovino nella "catena" della cura.
Molte delle sofferenze, descritte da Levi nel suo piccolo libro, e degli sballottamenti da un'esperto all'altro, dall'ospedale pubblico alla clinica privata, dall'ambulatorio alla corsia d'ospedale (tutti motivati dalla necessità spamodica di trovare risposte a quesiti, dubbi, incertezze), come tappe della sua personale odissea, derivano soprattutto da un'insensibilità del mondo dei curanti nei confronti di chi è portatore d'una malattia o d'una sindrome o d'una costellazione di sintomi per la quale non si trova ancora un'etichetta. E' la qualità della relazione ad essere spesso scadente e questa percezione, vissuta dai pazienti sulla propria pelle con un forte senso di inferiorità (per via di quella asimmetria di rapporti di cui s'è detto) suscita disagi (che con un po' di accortezza e di sensibilità in più sarebbero evitabili) che nulla hanno a che vedere con la malattia in senso stretto.
E' ciò che sottolinea Umberto Veronesi nella sua breve ed incisiva presentazione al volumetto.

Queste le parole di presentazione al volume di Roberto Levi, riportate nel retro di copertina:

Provate a immaginare: un giorno vi comunicano che i vostri valori sono fuori norma e gli esiti incomprensibili degli esami stabiliscono che avete qualcosa che non va. Che cosa non va? Il problema è proprio questo: che cosa? Qual è la diagnosi? Dopo il ricovero "precauzionale", il paziente subisce ogni tipo di esame invasivo e i medici si affastellano attorno al suo letto per toccarlo, palparlo, auscultarlo, diagnosticarlo. Le ipotesi si accavallano, la medicina brancola nel buio e i dottori non sanno far altro che riempirlo di cortisone e assicurare che la causa del suo male sarà presto scoperta. Il paziente è ottimista, ma i vicini di letto !o mettono in guardia:"Senza diagnosi non sei nessuno". Il paziente si trasforma in un "cercatore di diagnosi". Consulta specialisti, dal luminare all'omeopata, e decide di tornare in ospedale, per un'altra "ricerca". Ed ecco i vecchi amici, e ancora esami, dottori, ipotesi azzardate. Niente da fare. Il paziente viene dimesso. E adesso? Le cure? Cosa dirà ad amici e parenti? In ospedale non sanno rispondere neppure a questa domanda. Forse al prossimo ricovero potranno dirgli qualcosa di utile. Un libro divertente e arguto, paradossale e vero, da tenere in tasca o in borsa ogni volta che facciamo la fila per un ticket, a ogni ritiro di esami clinici, a ogni sguardo melanconico che ci dice quanto sembriamo stanchi, pallidi, fuori forma, a ogni check-up parziale o totale. A ogni visita specialistica, in sala d'attesa, spiando gli altri pazienti.

giovedì 1 gennaio 2009

L'anno nuovo e le monetine della fortuna



Oggi è il primo dell'anno.
Come sempre, passato il furore selvaggio ed insulso di botti e scoppi, subentra uno stato d'animo più tranquillo e rilassato.
E' più che altro un fatto 'cerimoniale' accogliere così fragorosamente il nuovo anno e in simultanea di congedarsi da quello appena trascorso, in un'atmosfera che, secondo un rigido e scontato protocollo, deve sempre essere venata di eccitata concitazione ( con l'anticipazione di un futuro sicuramente migliore).
Poi, quando i giochi d'artificio e i plop-plop delle bottiglie di spumante si placano, rimangono soltanto stanchezza e senso di vuoto.
La ruota riprende a girare, presentandoci - come sempre - senza sconto alcuno tutti gli eventi della vita, gioie, dolori, noia, divertimento in un remix caleidoscopico, eppure fondamentalmente simile a quelli degli anni precedenti.
Tutto cambia e tutto si rinnova sempre eguale, è questo il leit-motiv che tutti noi ci troviamo a dover accettare, malgrado le illusioni che sempre coltiviamo nel nostro animo.
E' la giostra della vita: ogni giro è un anno che s'aggiunge ad una lunga filiera.
Sta a noi viverlo bene senza sprecarlo.
Dipende da noi riuscire a farlo fruttificare.
Anzichè nutrire speranze di eventi improbabili, la cosa migliore, forse, è dedicarsi a far bene le piccole cose, tutte quelle che - da sole - ci possono dare più soddisfazione di qualcosa che invece - per quanto vagheggiata - non giungerà mai o sarà sempre evanescente o si realizzerà, ma mai neri modi e nei tempi che abbiamo sperato.
Molti - secondo un luogo comune che si riflette nella miriade di sms augurali che fioccano a mezzanotte e dintorni - pensano che la chiave di volta di tutti siano "fortuna e soldi", molta fortuna, tanti soldi.
E' così che poi si spreca il nuovo giro di giostra: nell'attesa livida della fortuna e d'una cascata di soldi (magari vinta alle scommesse, al Superenalotto, al totocalcio).
"La Fortuna è cieca", si dice: la Sorte non può essere blandita in alcun modo.
Arriva sempre inaspettata, senza che si possa mai sapere in anticipo chi la dea bendata toccherà con la sua mano.
Eppure, si può gioire delle piccole fortune che ci capitano ogni giorno.
Godendo, per esempio, della sorte benigna che ci fa trovare per strada monete di scarso valore e altri oggettini.
Alcuni lasciano perdere: trovano che non sia nemmeno il caso di chinarsi a raccogliere quella piccola cosa che è venuta sino a te.
Altri, invece, prendono tutto quello in cui s'imbattono e sono felici del piccolo dono avuto dalla sorte.
E'la filosofia ancestrazle dei nostri antenati cacciatori-raccoglitori: meglio accontentarsi di ogni piccola preda commestibile (radice, tubero o frutto che sia); mai rifiutare sdegnosamente il poco che si può trovare quotidianamente in attesa della selvaggina più grossa, di cui però non si ha certezza (verrà domani o dopodomani, ma certamente non oggi).
In fondo, di questo si tratta: mantenere in ogni evento della vita un senso composto della misura; mai desiderare più di quello che si può avere.
L'altro giorno, ad un incrocio d'uno dei quartieri residenziali della città, il rom stanziale di quella via si accostava alle auto in attesa del segnale verde, chiedendo l'elemosina.
"Ho fame", diceva una scritta a rozze lettere su d'un pezzo di cartone che egli reggeva davanti a sé per suscitare compassione.
Per terra, a pochi da metri da lui, occhieggiava con riflessi ramati un pezzo da 5 centesimi che, forse, gli era caduta di mano o era stata persa da qualcun altro.
L'avrei voluta raccogliere per me, come faccio con tutte le monetine in cui m'imbatto, ma - per scrupolo di coscienza - gliel'ho indicata, pensando che, senza farsi pregare, egli l'avrebbe raccolto (pensavo: "E' qui per questo! Non voglio levargli il pane. Ha più bisogno di me").



Invece no. L'ha guardata distrattamente, continuando nella sua questua. Evidentemente per lui, 5 centesimi non valgono nulla.
Per me, invece, sì.
Le raccolgo tutte, anche quelle da 1 e da 2 centesimi.
Per me valgono perchè sono le monetine della buona fortuna, perchè sono un segno.
Poi, le conservo tutte in un apposito salvadanaio.
Magari, un giorno, senza averla mai desiderata, troverò anche una banconota da 100 euro, oppure m'imbatterò in una cosa che, pur priva di un valore monetizzabile, sarà per me straordinaria.
Sono certo che, se tralascerò gli oggettini di poco valore che oggi vengono a me, domani non troverò mai le cose che siano veramente di valore (beninteso, in senso soggettivo)...
Non bisogna mai dare un calcio alla buona sorte.
Sapersi accontentare dei piccoli doni quotidiani, significa che, domani, inaspettatamente, qualche cosa più bella che non abbiamo chiesto o in cui non abbiamo sperato ci accadrà.
E' così, dunque, con questo spirito umile e positivo che va accolto il nuovo anno, il nuovo giro di giostra della nostra vita.

martedì 30 dicembre 2008

La storia di Bolt, da cane supereroe a cucciolo "normalmente" dipendente


Tempo di Natale, tempo di cartoni animati!
Ritorna la Disney con la storia di Bolt, supereroe a quattro zampe, rispettando la tradizione dell'uscita annuale d'un solo cartone come regalo natalizio per grandi e piccini.
Con un piccolo eroe a quattro zampe si torna al buon vecchio mondo Disney. Per il super-cane BOLT, stella di una serie televisiva, ogni giorno è ricco di avventura, pericolo e intrigo, almeno finché le macchine da presa continuano a girare.

E' la storia di Bolt, il protagonista assieme alla umana Penny (8la sua padroncina, nonchè comprimaria di avventure) di una serie TV di grande successo. Bolt si sente un supereroe e, essendo frutto d'un esperimento di bio-tecnologia sofisticata (nella fiction che per lui è realtà), alimenta in sè una convinzione ferma del'esistenza dei suoi poteri e una fede quasi irriducibile in essi. Bolt è sempre vissuto negli studi cinematografici di Hollywood, presentati come una moderna versione della mitica caverna di Platone, e qui è stato protetto, di fatto, dal contatto traumatico con la realtà che gli toglierebbe ogni illusione.


Il racconto, che risente molto dei modelli Pixar dal punto di vista della grafica, s'attiene tuttavia al modello "morale" della Disney, con una serie di personaggi che ruotano attorno al protagonista in uno schema consueto, con lo stratagemma della antropomorfizzazione senza tuttavia eccessivi approfondimenti psicologici nella costruzione dei personaggi che rimangono piuttosto come "macchiette" e tipi un po' tendenti ala stereotipia (e che, ciò nondimeno, piacciono).
Per una serie di fortuite circostanze, Bolt casca di botto nel mondo esterno (viene nientemeno spedito sino a New York!)e da qui, messo traumaticamente a dura prova, dovrà intraprendere un lungo viaggio di ritorno attraverso gli States per ritrovare la sua padroncina e "salvarla".
Una storia non originale, peraltro: basti pensare ai film della serie "Torna a casa, Lassie! esordita nel 1941 (e questa fortunata serie con un cane vero, un Collie, per la precisione)...
Nella sua impresa, verrà sostenuto da due "amici" che incontrerà durante il suo percorso: la gatta Mittens, il criceto Rhino, ma anche tre piccioni che, in realtà sono degli ammiratori sfegatati di Bolt nei panni del supereroe, come del resto lo è Rhino.
Questo viaggio, attraverso molte vicissitudini ed avventure, porterà Bolt a ritrovare la sua padroncina. Nello stesso tempo, le avventure narrate rappresentano un percorso di formazione per Bolt che è costretto ad abbandonare la convinzione onnipotente di essere un invincibile supereroe, accettando la dimensione esistenziale dell'essere un cane che gioca afinalisticamente, si diverte e vive quietamente la sua dipendenza canina (che, in fondo, è dei superpoteri che credeva di possedere quello più vero, quello sicuramente vincente.
Ci sono anche tuti gli ingredienti di una bella favola "morale" sui valori dell'amicizia e sul patto di fedeltà, sull'amore - più in generale, bene illustrati dall'intreccio di relazioni tra Bolt, Mittens e Rhino.
E' un film, indubbiamente, godibile anche per i più grandi.
In esso, come espressione della recente acquisizione della Pixar da parte della Disney si evidenzia l'acquisizione nel linguaggio "Disney" di una serie di stilemi narrativi più propri della Pixar.

sabato 27 dicembre 2008

Ultimatum alla terra: il pensoso remake di un film di 60 anni fa


Di questi tempi, sono di moda le visioni apocalittiche d'una prossima fine del mondo, tanto più adesso che, sopite le angosce millenaristiche del passaggio del millennio, ci avviciniamo a grandi passi al 2012 anno in cui, secondo il computo d'una tradizione maya fondata su calcoli matematici ed astrologici sofisticati, dovrebbe avvenire la fine del mondo che conosciamo, con l'allineamento dell'asse del nostro sistema solare e dellresto della galassia.
Non è un caso che, come remake, venga riproposto un film già uscito con identico titolo nel lontano 1951 (quasi 6o anni fa).
Si tratta di "Ultimatum alla terra (titolo originale "The Day the Earth Stood Still").
Questa molto in sintesi la trama.
L’alieno Klaatu atterra sull’America post-undici settembre con un avvertimento per l’umanità: non fate la guerra e amate l’ambiente. Un'affermata scienziata si ritrova faccia a faccia con un alieno chiamato Klaatu, che ha viaggiato nell’universo per avvertire l’umanità di un’imminente crisi globale.…

Entrambi i film propongono l'idea che una razza superiore abbia dislocato nei diversi pianeti abitati da esseri senzienti delle "sentinelle" (dei propri rappresentanti) che vigilano e stendono periodici rapporti sullo stato di salute del mondo di cui hanno la responsabilità. Il loro scopo è quello di mantenere in ognunoodei mondiidi cui sentono di avere la responsabilità, una sorta di equilibrio globale e di evitare che alcune specie assumano un rango di predatori attivando circoli viziosi di distruttività. Se ciò accade arrivano altri rappresentanti della loro razza con l'incarico dii"mettere lecose a posto"; nei panni dunque del dio biblico dell'Arca di Noè.


In sostanza, questi esseri si pongono nei confronti dei mondi come degli Dei "giardineri", pronti ad estirpare le erbacce malefiche che soffocano quelle buone.
La salvezza dei mondi può richiedere, a volte, delle soluzione drastiche: eliminare una specie per preservare tutte le altre, non per il piacere di farlo, ma per un motivo di ordine superiore: mantenere in vita il pianeta che li ospita.
E' questa la filosofia "cosmica" che entrambi i due film propongono.
Chiaramente, con delle differenze in funzione dell'epoca in cui sono comparsi.
Il primo risentiva degli effetti delle paure instillate dal maccarthismo e dal clima della guerra fredda, quando tutti (e soprattutto gli Americani) vivevano con il fantasma della guerra nucleare e del conseguente inverno radioattivo.
Questo remake, invece, nasce nel clima del post-11 settembre, ma soprattutto è fortemente influenzato dall'accresciuta sensibilità che ciascuno di noi alimenta sulla necessità di preservare l'equilibrio globale del nostro pianeta (visto come un organismo vivente: Gaia), dall'onda lunga del prezioso atto di denuncia di Rachel Carson e dal tentativo di cercare di porre riparo alle distruzioni già messe in opera.
Quindi, in questo secondo film, tutta l'attenzione è centrata sulla fondamentale cattiveria degli uomini nel determinare - con insensibilità e crescente protervia - danni crescenti all'ambiente che li ospita.
Keanu Reeves, pensoso e grave, si propone come personaggio "divino" (e, dopo le sue interpretazioni dei diversi episodi di "Matrix", non può che essere così) che, con onnipotenza ed estrema fermezza decide di ciò che deve essere fatto: lo sterminio di tutti gli uomini e l'annientamanto di tutte le loro opere per la salvezza della Terra e delle altre specie viventi.
Salvo, poi, a dare agli uomini un'ultima chance, riconoscendo che c'è in loro qualcosa di buono: varrà l'avvertimento, c'è da sperare.
Per il resto, tutti gli elementi del primo film ci sono tutti. Sono stati riversati con maestria e senza nemmeno eccedere con gli effetti speciali nel nuovo film: salvooforse la rappresentazione della biblica invasione di cavallette metalliche che tutto polverizzanooal loro passaggio (l'atto finale).
Una differenza rispetto al primo film è nel modo in cui arrivano gli alieni: nel primo, si trattava d'un immenso disco volante (ricordiamoci dell'ossessione degli americani per l'Area 51 e dell'ineusaribile filone degli X-Files), qui invece si tratta di immense sfere luminose, fatte d'una sostanza inattacabile ed indistruttibile.
In entrambi i casi questi veicoli non sono altro che delle "arche" che serviranno a mettere in salvo le specie da preservare, mentre gli uomini cattivi e dannosi vengono distrutti.
Una notazione cinematografica: eccellente l'interpretazione di Kathy Bates, nella parte del Segretario di Stato del Presidente USA che, invece, stranamente non compare mai: si è appena messo in salvo in una località segreta (e si può immaginare, blindata) in attesa degli eventi che verranno.
Un film che può piacere o non piacere, ma in ogni caso dignitoso ed onesto, portatore d'un forte messaggio morale.

sabato 20 dicembre 2008

The long run ovvero una corsa per la vittoria


Qualche giorno fa m'è capitato di vedere uno splendido film del regista Anangh Singh, uscito con poco battage nelle sale cinematografiche (2000) e transitato da esse quasi sotto silenzio, per poi ricomparire di recente in DVD nel mercato dell'home video.
Di tale film, sconoscevo l'esistenza, pur avendo dei motivi specifici per doverlo conoscere. Mi sono imbattuto in esso per puro caso, mentre cercavo di reperire un altro film che mi sarebbe piaciuto acquistare (nel cui titolo entrava pure la parola "run"): uno dei tanti scherzi delle indagini effettuate con i più comuni motori di ricerca, una sorta di "serendipity" telematica.
La brevissima sintesi di appena due righe, fondamentalmente ermetica, m'è piaciuta perchè rimandava al mondo della corsa e, detto fatto, l'ho ordinato.
Il film è risultato straordinario, perchè - in una bellissima storia - sono abbinate assieme "corsa" e formazione personale.
Questa ne è, in sintesi, la storia, ambientata in Sudafrica.
Barry, allenatore di atletica sulla via del declino cerca qualcuno da preparare per la Comrades Marathon che, essendo una celebre e blasonata gara podistica (si disputa dal 1921) sulla distanza di 56 miglia (circa 90 km), ha luogo ogni anno (tra maggio e giugno) sulla distanza che si sviluppa in linea da Pietermaritzburg a Durban, alimentando tra migliaia di partecipanti uno spirito di gruppo e di festa che rappresenta la vera essenza dello sport ed anche il trionfo dela competizione non agonistica.
Alla fine, Barry incontra una giovane donna che, immigrata clandestinamente dalla vicina Namibia, sembra possedere un innato talento per la corsa. Christine, questo il nome della giovanne runner talentuosa, sarà il suo cavallo vincente.
Se sono indubbiamente emozionanti le sequenze finali che il regista dedica alla corsa (la Comrades Marathon), realizzate peraltro con il supporto della stessa Associazione che si ooccupa di organizzare di anno in anno l'ultramaratona in questione, sono ben più toccanti le pagine che descrivono l'incontro tra Barry e Christine, poichè rappresentano in modo straordinario le difficoltà insite nel difficile rapporto tra allenatore e atleta, che è anche relazione tra tutor e allievo.
Il regista propone una forte riflessione sul fatto che accettare una guida (in fondo in qualsiasi campo, non solo nello sport) implica il mantenimento di spazi di autodeterminazione e che la decisione di dedicarsi con impegno ad un progetto agonistico forte deve essere necessariamente autoreferenziale e fondata su d'una propria determinazione volitiva e passionale.
Un allenatore non riuscirà mai nel suo intento (formare un atleta, portandolo alla vittoria o a risultati d'eccellenza) se l'atleta che a lui si affida non condive pienamente lo stesso progetto o non sente emergere dal suo interno una forte motivazione che lo spinge in quella direzione, facendolo adattare a grandi sacrifici e rinuncie. Tutto ciò non può avvenire meccanicamente, ma implica uno sforzo relazionale condiviso in cui entrambi i "contraenti" siano capaci di mettere in gioco se stessi, pienamente, anche sul piano degli affetti e delle emozioni.
Nel nostro film, entrambi, Barry e Chiristine, attraverso tormenti, difficoltà e costruttivi conflitti, imparano qualcosa dal loro incontro: Barry comprende alla fine che, solo accettando anche le componenti affettive della sua dedizione nei confronti di Christine e, contemporanenamente, dandole spazio perchè viva autonomamente la sua vita e le proprie esperienze di giovane donna in crescita, potrà riuscire nel suo intento.
Christine, dopo aver rifiutato Barry e il suo modo fermo e determinato (a tratti, quasi impuslivo) di imporre un controllo sulla sua vita e le sue scelte (rispettoso, ma rigido), si rende conto - dopo aver sperimentato la libertà delle sue decisioni, che ha introiettato dentro di sè la voce, le esortazioni e i consigli di Barry. E saranno proprio questi forti messaggi interiorizzati che, facendosi strada dall'interno verso la superficie, a dare a Christine - nel momento culminante della gara - quella sferzata di energia che, alla fine, le consentirà di tagliare il traguardo, vincente innanzitutto con se stessa.
"The long run" è anche un bel film sulla Comrades Ultramarathon che, anche per questo, dovrebbe essere visto da tutti quelli che amano le ultramaratone.

venerdì 19 dicembre 2008

La serenità edenica di "Blue lagoon" per curarsi dalla volgarità idiota de "L'isola dei famosi"...


Ieri, m'è capitato di rivedere in DVD un film che con la sua trama ingenua ed il lieto finale, mi aveva colpito quando più di vent'anni fa ebbi modo di vederlo al cinema. Si tratta di "Blue lagoon", realizzato dallo stesso regista di Grease ed interpretato da una ancora giovanissima Brooke Shields (allora appena diciasettenne).
Il film, quando venne fuori nel circuito delle sale cinematografiche, pur essendo un per tutti, fece scalpore, perchè i due attori protagonisti erano il più delle volte nudi, con l'esibizione naif del proprio corpo, salvo a trovare forme di delicato pudore soltanto dopo la scoperta dell'amore.
Il film, realizzato con misura e buon gusto, peraltro non creava (e non crea tuttora) aspettive morbose negli spettatori, ma presenta la rivelazione d'un mondo selvatico ed incontaminato, un vero e proprio Eden, in cui i due giovani naufraghi crescono e si sviluppanoin una condizione di purezza" primigenia.
Il mito trattato è quello del fanciullo selvaggio di Rousseau che, pur lasciato in balia di se stesso negli anni cruciali dello sviluppo, si forma con codici etici e comportamentali adeguati a quelli della civiltà da cui proviene.
Non bisogna dimenticare che il film è tratto dal romanzo d'uno scrittore inglese ancora intriso dei codici culturali vittoriani (Henry De Vere Stackpoole, un vero autore di best-selers, per quell'epoca) che, nel suo immaginario, riuscì ad ideare una vicenda decisamente in controtendenza rispetto ai canoni del tempo (e forse proprio per questo "Blue lagoon" ebbe tanto successo di pubblico).
Lo scrittore riuscì pienamente nel suo intento senza lasciarsi intrappolare dalla faccia nascosta e morbosa del puritanesimo della sua epoca.
Il film che ho visto ieri ha appunto questa forte impronta d'innocenza e purezza: il tutto, senza scadere nella melensaggine, ha il sapore fresco della scoperta, sia le gioie sia i timori sia il confronto con il duro mondo al di fuori (in cui vengono accomunati i selvaggi crudeli dediti ai sacrifici umani e i bianchi che vengono alla loro ricerca).
Non vi è mai lo scadimento nella volgarità e ogni sequenza è delicatamente interpunta con scene "documentaristiche" che mostrano la fondamentale bellezza della natura, maestra benigna e dispensatrice di doni (dove perfino delle bacche ritenute velenose fanno soltanto addormentare)
"Blue lagoon" ci offre una visione, tutto sommato, rassicurante e rasserenante che trova il suo contraltare nella rappresentazione decisamente più cupa e pessimista di William Golding nel suo "Il signore delle mosche", che pure venne trasposto efficacemente in film, dove viene mostrato come il confronto con un ambiente selvaggio in assenza degli adulti "educatori" espone i giovani a rischiose derive e alla liberazione di comportamenti violenti.
Secondo me, tutti i giovani dovrebbero vedere questo film (magari assieme al "Il signore delle mosche" che mostra l'altra faccia della medaglia della serenità edenica) per disintossicarsi e riedurcarsi dalla volgarità, dalle finzioni e dai pettegolezzi della becera "Isola dei famosi".
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