venerdì 16 gennaio 2009

"Sette anime": una storia di riscatto e redenzione


Un esattore delle tasse compie uno straordinario cammino di redenzione che cambierà per sempre la vita di sette sconosciuti. . La seconda volta di Muccino in America "ridistribuisce" la felicità e ricerca la redenzione (www.mymovies.it)
La donazione di sè deve o dovrebbe essere il più possibile anonima e sommessa. Questo ci insegna ancora prima dell'etica dei trapianti, il sistema di riferimenti morali che regola la donazione di sangue.
Un dono per essere tale dovrebbe essere il più possibile non direzionato, perché altrimenti si rischierebbe di dividere l'universo tra "meritevoli" e "non meritevoli" del proprio atto di carità o del proprio gesto soccorrevole.
L’“altruismo” a volte può essere invasivo della sfera privata dell’Altro, oggetto delle nostre attenzione, se non addirittura fortemente aggressivo.
Per di più, in una società dominata da un isolamento sociale sempre più marcato, dall’egoismo e dalla necessità d'accaparrare per sé il maggior numero di vantaggi, un atto disinteressato ha buoni titoli per rimanere incompreso o per ricevere delle interpretazioni fuorvianti.
Una donazione esplicita, invece, crea imbarazzo, suscita perplessità ed imbarazzo.
Interrogativi si affollerebero subito alla mente,invadendo la relazione con il presunto "buon samaritano".
Perchè io?
Per quale motivo mi scegli?
Cosa vuoi da me?
Chi sei tu?
Perchè lo fai? Cosa ti spinge?

Sappiamo che, in un paese a matrice cattolica come il nostro, i mali sociali, la sofferenza e il dolore (altrui) sono importanti e necessari, perchè consentono ai "buoni" credenti di porsi nella posizione di "benefattori" (dispensando oboli ed elemosine, devolvendo una parte dei propri beni in opere di carità), ma sempre mantenendo le distanze, sempre conservando i propri piccoli (o grandi) privilegi. In questi casi, far del bene, pur avendo delle ricadute sociali positive, serve soltanto a chi "dà" beni e servizi, fungendo da riscatto, da espiazione o anche da ammortizzatrore della propria coscienza e consentendo di dormire sonni tranquilli.
E' raro che nella coscienza dei "normali" cattolici ci sia la pinta a donare integralmente se stessi, anche al prezzo della propria vita.
Alcuni che l'hanno fatto, sono stati fatti santi.
Fare il "benefattore", donando a ciascuno dei propri "eletti" (cioè a quegli individui che siano, buoni di cuore e di animo puro) a "pound of flesh" del proprio corpo (in metafora, ma in alcuni casi anche letteralmente), implica un ulteriore ebbrezza d'onnipotenza. a meno che non ci siano valide ragioni e motivazioni, ma nello stesso tempo l'individuo che si mette su questa strada deve essere animato da fortissime motivazioni interiori.
Il film di Muccino sfiora questa tematica, senza però riuscire ad approfondirla del tutto.
In questa seconda prova americana del nostro regista, dopo "La ricerca della felicità", vi è una storia di riscatto e di redenzione, in cui Ben Thomas (Will Smith) vota la sua vita a salvare "sette anime", donando a ciascuno un pezzo di sé o la sua disponibilità samaritana o i suoi beni.
Apparentemente dando, senza chiedere nulla in cambio.
Ciò che Ben Thomas cerca è la possibilità di mettere a tacere il senso di colpa, cercando - nello stesso tempo - redenzione e riscatto, ma esprimendo anche in ultima analisi la sua determinazione alla rinuncia alla vita, perchè non è più degno di gioire e di godere dei piaceri semplici della vita, nemmeno d'un amore ritrovato.
Il film è dunque una storia di redenzione, guidata dalla rabbia e dal senso di colpa irrisolto per aver causato, per una banale distrazione, la morte di sette persone in un sol colpo.
Per alcuni aspetti, Ben Thomas potrebbe essere un personaggio capace di aspirare alla "santità" nei termini formulati sopra, se il suo bisogno di far del bene non fosse così strabordante, invadente, prepotente a tratti ( e se non ci fosse il bisogno di "mettere alla prova" per valutare la "bontà dei prescelti, come è nel caso del colloquio telefonico con il non vedente). E se il suo ultimo sacrificio etico, non avvenisse in modo "non" etico, come suicidio lucido, mascherato da incidente.
La recitazione di Will Smith è forse eccessivamente imperniata sul tormento causato in lui dal senso di colpa per la tragedia che in pochi secondi ha provocato, più recitata e mimata che scaturente dall'interiorità del personaggio.
Agli spettatori, la dinamica degli eventi, la comprensione completa di essi e della ragione profonda delle scelte di Ben sarà possibile soltanto al compimento della storia, a riscatto compiuto, soltanto anticipata da numerosi e frammentari flashback.
Peraltro, per i motivi già detti prima, non è facile "salvare" o "far del bene" a sette predestinati, anche perchè la non anonimità dell'elargizione attiva sospetto, rifiuto, desiderio del mantenimento della propria privacy e viene, in definitiva, fraintesa, salvo che non vi sia una comprensione tardiva, dopo.
Vi è forse un eccesso di "americanizzazione" nella trama con l'inserimento, nella sceneggiatura, di alcuni dettagli che paiono decisamente ridondanti (e un po' istrionici), come ad esempio quello della temibile "Cubo-medusa" (e la relativa sotto-storia scaturente da un ricordo d'infanzia di Ben) e, forse, anche qualche risvolto francamente melodrammatico e un po' troppo "buonistico", come accade in chiusura nell'incontro tra alcuni degli "eletti", grazie al "sacrificio" di Ben.
Si veda - come contraltare - la forza e l'intensità (non recitata) di "23 grammi", indubbiamente affine per la tematica e per l'intreccio di vita, morte e sensi di colpa.
Ma queste sono questioni di lana caprina.
Il film è comunque godibile e, quando le luci si riaccendono in sala, lascia nello spettatore un buon sapore, delle forti emozioni e il giusto coinvolgimento emozionale.
Un film, per piacere, non deve necessariamente essere una somma opera d'arte.

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