martedì 8 aprile 2008

Un decreto impone di depositare il telefonino prima del voto: sarà una misura veramente efficace o soltanto i cittadini onesti saranno adempienti?

Nelle consultazioni elettorali o referendarie sarà vietato introdurre all’interno delle cabine elettorali telefoni cellulari o altre apparecchiature in grado di fotografare o registrare immagini. E' quanto previsto dal decreto-legge recante "Misure urgenti intese ad assicurare la segretezza della espressione del diritto di voto nelle consultazioni elettorali e referendarie" del 1 aprile 2008, n. 49 e pubblicato in Gazzetta Ufficiale 4 aprile 2008, n. 80.

Questo in sintesi il contenuto del decreto
Il presidente dell’ufficio elettorale di sezione, all’atto della presentazione del documento di identificazione e della tessera elettorale da parte dell’elettore, inviterà l’elettore stesso a depositare le apparecchiature indicate di cui è al momento in possesso. Le apparecchiature depositate dall’elettore, prese in consegna dal presidente dell’ufficio elettorale di sezione unitamente al documento di identificazione e alla tessera elettorale, saranno restituite dopo l’espressione del voto.
Chiunque violi tale divieto è passibile di denuncia alla competente autorità giudiziaria con conseguenti sanzioni detentive e pecuniarie. La norma si rende necessaria per poter garantire il rispetto del diritto (sancito dall'art. 48 comma 2 della Costituzione) alla segretezza del voto. In verità, una norma simile esisteva già da prima e consisteva nel divieto di uso di telefonini e videocamere.

La norma scaturente dal nuovo decreto prescrive che non è possibile entrare nella cabina elettorale con videocamere o telefonini e che tali aggeggi "tecnologici" debbano essere affidati al presidente del seggio.
La norma appena sancita ha suscitato non poche perplessità.
In un forum di discussione nel web si rinviene il seguente commento, da parte di un signore che, in passato, ha già svolto le funzioni di presidente di seggio e che svolgerà questa funzioni anche nella prossima consultazione elettorale: "Quando ho fatto il presidente di seggio agli ultimi referendum era già vietato entrare con telefonini o fotocamere. Vi era tanto di cartello da esporre. Ora, a questo giro, dovrò anche chiedere a tutti di depositarlo. Ci sarà chi non capirà, chi non lo vorrà fare, chi si mett
erà a discutere... Ma non è un problema… Sono pagato per essere li e sono pagato anche per discutere se necessario... Se non lo depositi non entri e non voti… Semplice.. Ciò non toglie che se uno vuole veramente fotografare la scheda.. può semplicemente dirmi che non ce l'ha.. e io mica lo posso perquisire. Bisogna/bisognava cambiare qui catafalchi di cabine elettorali che abbiamo... modernizzandole in modo che non si veda il voto ma si veda la persona."
Giustificatissime argomentazioni!
La nuova norma verrà seguita puntualmente da tutti i cittadini onesti, quelli che - se anche avessero un sofistifato armamentario fotografico e di videoripresa - entrando in cabina elettorale, non ne farebbero alcun uso. Questi cittadini saranno penalizzati con tempi di attesa più lunghi causati dalle inevitabili lungaggini che si verranno a creare e dalle discussioni che s'accenderanno tra quelli non disponibili a soggiacere alla norma.
Gli altri, quelli che sono interessati a documentare il loro voto (perchè così è stato loro richiesto), zitti zitti continueranno ad introdurre i telefonini all'interno dei seg
gi, per fare ciò che devono fare, anche rischiando le relative sanzioni (ma, a ben vedere, tra i trasgressori, quanti potrebbero essere beccati in fragranza?).
E, ovviamente, entrando nel proprio seggio elettorale, dichiareranno candidamente di non avere con sé il telefonino oppure, per non destare sospetti, ne porteranno con sé due: uno lo depositeranno per mostrare che sono adempienti ed uno lo “contrabbanderanno” all'interno della cabina elettorale.
E che dire poi di eventuali macchine fotogradfiche digitali di piccolo formato?

Senza introdurre delle modifiche strutturali nelle cabine di voto, che - come dice l'ex-presidente di seggio citato nel forum di discussione - sono degli autentici "catafalchi” poco funzionali ad adempiere al doppio scopo di garantire assieme la segretezza del voto e la trasparenza di comportamento dell'elettore, come pensare seriamente di dissuadere con efficacia i cittadini "disonesti" dall'utilizzare i propri marchingegni tecnologici?
Allo stato, questo sembra essere un problema insolubile: intanto, una norma sostanzialmente inutile avrà l'unico effetto di appesantire le procedure di voto.
E’ questo un ulteriore esempio di come un decreto venga emesso d'urgenza, per dimostrare che si vuol fare veramente qualcosa, ma - come spesso accade - senza nemmeno intaccare il problema da risolvere e senza arginare il malcostume imperante.

sabato 5 aprile 2008

Come il porno è entrato nelle nostre vite

Questa la notizia che vale la pena commentare:
Cosa si fa di solito all’università? Si studia, si danno esami, si fa amicizia, si fa un po’ di festa, a volte ci si innamora e ci si prepara anche al futuro professionale. In America oltre a fare tutte queste cose, stampano anche riviste sexy. Sempre più università americane, infatti, si sono messe a realizzare vere e proprie riviste porno, che sono gli stessi studenti a produrre. Tra le università che hanno voluto copiare il Playboy di Hugh Hefner abbiamo Harvard, Yale, Boston University, Columbia, University of Chicago, Stanford e Ucla. Tutti istituti prestigiosi e “seri”, che però hanno voluto cambiare le regole e dare una svolta: il sesso non è più un tabù e quindi si può parlarne liberamente. Anche dentro le mura universitarie. E alcuni di questi giornali escono anche sul mercato, come la rivista Boink, della Boston University."Forse quello che facciamo dà sui nervi a qualcuno, ma il sesso è dappertutto e per questa generazione lo è sempre stato. Un corpo è un corpo. Io sono orgogliosa del mio corpo e non vedo perché non dovrei mostrarlo. Non mi impedirà di trovare un lavoro, non è più il tempo de La lettera scarlatta". [notizia d'agenzia, pubblicata in "Siciliainformazioni" il 20 marzo 2008, "Internet: sempre più adolescenti producono materiale pornografico in casa"]
In verità, nulla di nuovo sotto il sole: ogni tanto accade che le agenzie di stampa prendano una notizia e la presentino come il portato d'un fenomeno emergente (e ciò per dare il senso della novità), svincolando il fatto citato dal suo contesto più ampio.
Un libro-inchiesta pubblicato pochi anni fa (2005) e comparso in lingua italiana nel 2007 ha già segnalato questo fenomeno in uno dei suoi capitoli, ma collocandolo all'interno al'interno di un trend molto più complesso.
Il libro è "Pornopotere. Come l'industria porno sta trasformando la nostra vita" (Orme) scritto da
lla giornalista Pamela Paul, con il taglio dell'inchiesta sociologica. La pornografia - secondo l'autrice - tra la fine del XX secolo ed il primo decennio del XXI ha letteralmente "colonizzato" la vita delle persone, influenzando, i gusti, il costume, il modo di pensare la sessualità e di approcciarvisi. E ciò è avvenuto trasversalmente in tutti i continenti.
Il porno, inteso nell'accezione che vi ha dato l'americano Robert J. Stoller, psichiatra e psicoterapeuta, nel suo libro Il porno. Miti per il XX secolo (Feltrinelli, 1993) sembra essere dappertutto: lo si trova in internet, in televisione, nei libri, nella pubblicità, con una presenza pervasiva ed ubiquitaria. Ciò che prima era considerato "osceno" ed offensivo della sensibilità altrui viene oggi accettato praticamente senza riserve. Le pornodive ed i pornoattori vengono accolti come ospiti graditi nei più rinomati talkshow, scrivono le proprie biografie, riasciano autografi, sono osannati dal pubblico giovanile. Proprio alcuni giorni fa, in un talk-show della televisione nazionale (Rai2) in un orario di largo sharing è intervenuta la pornodiva Eva Henger per spiegare ai suoi interlocutori e al grande pubblico come - e se - il suo mestiere ha interferito nel rapporto con la figlia oggi ventenne.
Negli ultimi anni, lo sviluppo tecnologico, i cambiamenti sociali e culturali hanno trasfigurato il paesaggio della pornografia. Il libro, capitolo dopo capitolo, indaga i modi in cui, in questo primo scorcio del ventunesimo secolo, la vita delle persone sia sempre più influenzata dalla "cultura" del porno. L'autrice che poggia alcune delle sue considerazioni su centinaia di interviste e ricerche sul campo, ha tracciato un quadro variegato della società "pornificata".
La "pornification of life": questo è il fenomeno vividamente rappresentato da Pamela Paul. In effetti, proprio in uno dei capitoli del suo libro, l'autrice - sempre avvalendosi di inchieste ed interviste - racconta della penetrazione della cultura del porno all'interno delle università americane, un'invasione pacifica che ha assunto il carattere d'un mix tra leisure, intrattenimento, trasgressione e, alla fine, anche business.
Il fenomeno, molto tangenzialmente, viene anche toccato in un libro-inchiesta italiano che, pure di recente pubblicazione, racconta le notti brave degli adolescenti nostrani in un intersecarsi di festini, uso di droghe stimolanti (ectasy e, negli ultimi anni, sempre di più la cocaina), trasgressioni, promiscuità sessuali e diffusione in rete di immagini e sequenze video auto-prodotte. Ciò avviene - è universalmente noto - innanzitutto attraverso youtube, il sito più conosciuto dove chiunque può "postare" - per lo sharing e la condivisione - i suoi filmati, passando al più specializzato youporn (esclusiamente dedicato all'hard amatoriale, con qualche incursione nei pzzoni video piratati dagli hard commerciali), sino alla creazione di siti specifici (a pagamento) in cui soprattutto le più giovani adolescenti si espongono alla webcam, traducendo le proprie voglie di esibizionismo e trasgressione in fonte di reddito (e, in questi tempi magri, sempre di reddito si tratta, per quanto discutibile).
Il piccolo ed interessante volume è Cocaparty. Storie di ragazzi fra sballi, sesso e cocaina (di Federica Angeli e Emilio Radice, Bompiani, 2008).
Questa l'inarrestabile evoluzione dei costumi: se, da un lato, crescono i fatturati dei produttori di DVD hard e di oggettistisca sessuale, dall'altro lato con l'avvento di internet è cresciuta vertiginosamente la fruizione della pornografia on line, una pornografia "immediata" che induce i "consumatori" ad una visione febbrile, sempre più frantumata ed avulsa da qualsiasi contesto
intellegibile (trattandosi - il più delle volte - di spezzoni di filmati senza storia e senza sentimenti tutti centrati sull'atto performativo o su semplici frammenti di esso) e che, in taluni casi, può portare a forme di vera pornodipendenza (assimiliabile - nelle modalità di espressità clinica - ad altre forme di dipendenza patologica), come descrive magistralmente Vincenzo Punzi nel suo libro drammaticamente autobiografico (che, al tempo stesso, offre un margine di speranza a chi è rimasto agganciato a questa foma di dipendenza) Io, pornodipendente. Sedotto da internet (Costa & Nolan, 2007)
Il libro di Punzi è tante cose assieme. E' una confessione senza pudore, perchè l'autore, coraggiosamente, vi racconta la propria esperienza di coinvolgimento nel porno in rete, mettendosi letteralmente a nudo. E' un pamphlet di denuncia sul "potere" insito nella rete di "catturare" sempre più individui con le sue seduzioni (tra le quali l'offerta pressocché gratuita di immagini e filmati porno occupa una posizione di primo piano). Infine, è un efficace manuale di terapia che mostra minuziosamente (a volte in modo sofferto e coinvolgente) i diversi passaggi compiuti dall'autore per uscire dalla condizione di "pornodipendenza" e per ritrovare faticosamente tutti i requisiti di individuo libero e capace di autodeterminaione, non più schiavo della compulsione, con l'illustrazione (non teorica, ma con le esemplificazione dei continui - e fecondi - scambi di riflessioni ed analisi, con gli aderenti al suo gruppo) tutti i passaggi compiuti, dalla ricerca di aiuto "professionale" (spesso fonte di fraintendimenti nel confronto con psicoterapeuti non preparati a questa realtà), alla costruzione d'un gruppo di auto-aiuto (in rete), sino all'acquisizione della capacità di raccontarsi, di raccontare della propria esperienza, ad un pubblico più vasto con sincerità, senza infingimenti ed edulcorazioni. Se vogliamo, è un libro molto crudo, di scomode verità,sincero, impregnato di un'attitudine severa ed impietosa nei confronti delle debolezze, degli alibi e delle infinite trappole cognitive che il dipendente (in questo caso, il pornodipendente) è abilissimo nel tendere a se stesso.
Il libro di Punzi è dunque una testimonianza ricca e complessa su un fenomeno attuale (quello delle dipendenze "problematiche") che, con molte sfaccettature e variazioni, pervade le nostre vite di uomini del XXI secolo. Per questo motivo, ha un elevato valore didascalico ed umano, perchè apre la porta alla speranza, mostrando che chi è invischiato nella fruizione compulsiva del porno in rete può riuscire a venir fuori dalla sua compulsione, a condizione d'essere disposto a seguire la strada che Vincenzo Punzi e tanti altri che hanno aderito al gruppo da lui avviato sono stati capaci di percorrere, lottando contro se stessi e affrontando dolorose verità.
Il tipo di coinvolgimento raccontato da Punzi rappresenta soltanto la punta emergente d'un iceberg di colossali - epocali - proprorzioni che è appunto rappresentato dal porno "normalizzato" che è entrato senza colpo ferire nella cultura e nell'estetica contemporanei. Basti pensare all'estrema diffusione del sesso come "divertimento" e piacere puro, svincolato da un suo contesto affettivo-sentimentale: basti guardare alla sempre più massiccia diffusione dei club privé, del fenomeno dello "scambismo" e del sesso di gruppo, sino alla codifica di luoghi pubblici in cui sono lecite manifestazioni ostentate della sessualità un tempo impensabili (come il celebre campo per nudisti-scambisti di Cap d'Agde - in Francia - che il grande pubblico ha avuto modo di conoscere attraverso la lettura dei romanzi di Houellebecq, ed in particolare, del suo Piattaforma).
Così, non c'è proprio da stupirsi se, in questo processo di "normalizzazione del porno" e di crescente "pornification" della vita, gli studenti dei campus americani abbiano deciso di produrre in proprio i propri scenari pornografici e, eventualmente, anche trarne un profitto.
Ovviamente, la notizia dovrebbe spingere tutti ad interrogarsi sulla pochezza morale dei nostri tempi e sulle trasformazioni che il mondo dei valori ha subito nell'arco di pochi decenni: il libertinaggio, peraltro non è cosa recente, poichè la pornografia - in modo ondivago - ha percorso tutte le epoche, con periodici ridimensionamenti e censure, ma soprattutto perchè era considerata destabilizzante per il potere costituito.
Non a caso, anni fa, si accese
una violenta polemica tra le femministe americane conservatrici e quelle radicali. Le prime sostenevano che il porno era offensivo per la dignità della donna e che, quindi andava censurato, se non addirittura combattuto aspramente, mentre le seconde affermavano che fa ciò avrebbe significato attentare alla libertà d'espressione e che, quindi, avrebbe portato il femminismo a trovarsi paradossalmente allineato su di una posizione analoga a quella dei peggiori conservatori. Autorevoli personaggi entrarono nel merito del ibattito per dire la loro, tra i quali il sudrafricano Coetzee, premio Nobel per la letteratura. Un recente volume propone un'interessante ed esuariente sintesi della diatriba (Alan Soble, Pornografia, sesso e femminismo. Un filosofo liberal confuta le più frequenti accuse contro il porno, Effepì Libri, 2007).
La polemica poi si placò, o meglio: si inabissò. Oggi, a distanza di anni
da quell'acceso scontro (si era negli anni Novanta), siamo in entrati in una fase di piena "normalizzazione" del porno e con questa evoluzione probabilmente bisogna imparare a convivere.

martedì 1 aprile 2008

A Mondello inizia il trattamento conservativo di alcune palme del lungomare colpite dal Punteruolo rosso


E' stato con vero dispiacere verificare che anche a Mondello, la famosa località balneare di Palermo, si siano cominciate a trattare alcune palme infestate dal parassita detto "Punteruolo rosso". Proprio davanti all'Antico Stabilimento dei Bagni (oggi sede del rinomato ristorante Charleston e di un frequentato circolo sportivo-balneare) gli addetti del Servizio Foreste hanno "trattato" proprio oggi due palme del bel filare antistante il pittoresco edificio liberty, utilizzando un metodo "conservativo" - a dire il vero ancor sperimentale - che prevede, dopo la rimozione della parte sommitale della pianta e di tutto il fogliame ormai deteriorato, un trattamento chimico della sommità fatto in modo tale da lasciare intatta la gemma apicale. Questa prassi si fonda sull'assunto che la gemma apicale possa riprendere la sua crescita dopo che le sostanze chimiche immesse nella pianta abbiano debellato la popolazione di coleotteri infestanti. Alcuni mesi fa altre due palme quasi secolari, tra quelle che fanno da cornice festosa al Charleston, erano state invece rimosse totalmente. Questa l'origine dei lugubri mozziconi di tronco annerito rimasti come uniche vestigia delle palme che furono un tempo.
Le piante in questione del tutto private del loro fogliame a "cascata", appaiono adesso come severe colonne lievemente svasate dal basso vero l'alto e dalla sommità quasi piatta, dal cui "capitello" del tutto "scozzolato" si spera che - tra qualche tempo - se il trattamento dovesse funzionare possa riprendere a crescere la gemma apicale che è il fondamento della vitalità d'una palma (morta la gemma apicale, muore la palma).
C'è da augurarsi che questa nuova tecnica fitoterapica funzioni: secondo un censimento effettuato dal Servizio Ville e Giardini del Comune di Palermo sono ben 75 le palme che decorano il lungomare di Mondello Valdesi al quale, a chi lo osserva dal mare, conferiscono un profilo del tutto particolare dal sapore un po' esotico ed orientaleggiante. E sarebbe un vero disastro ambientale se tutte dovessero essere conquistate dal Punteruolo!
L
'unica possibilità di "cura" di questa vera e propria epidemia delle palme nostrane (di cui esistono segnalazioni in tutte le regioni italiane dove, per la mitezza del clima, allignano le palme) è l'intervento radicale (la rimozione della pianta malata), allo scopo di evitare la diffusione dell'infestazione alle piante contigue ancora sane. Solo adesso si sta tentando - con esiti ancora incerti - una "cura" che, consentendo la sconfitta del parassita e la ripresa della pianta, è più orientata all'ootenimento di una "guarigione".
Sembra, tra l'altro, che questo periodo dell'anno sia particolarmente idoneo a dar corso a questi interventi, perchè le popolazioni dei coleotteri infestanti con il freddo entrano in una relativa quiescenza e sono dunque più vulnerabili ai trattamenti chimici.
Le cifre dell'infestazione che, dal 2004, infierisce sulle palme siciliane sono sconfortanti.

Sono 1900 le palme gia' abbattute dall'Azienda Foreste in Sicilia, su un totale previsto di oltre 2000 piante, a fronte di quasi 4000 segnalazioni. Mentre oltre 2000 alberi infetti sono stati smaltiti mediante triturazione, sono in arrivo nuovi fondi (600.000 euro) che garantiranno la continuita' del servizio anche nelle aree private, per cercare di arginare il diffondersi dell'emergenza, anche in previsione - con l'arrivo della stagione calda - dell'aumento delle temperature e la conseguente ripresa dell'attivita' del parassita. Circa 450 sono stati gli abbattimenti effettuati nella provincia di Palermo e 675 nel Catanese (dove, ad Acireale, si è rilevato il focolaio piu' grosso): ma si registrano attacchi da Punteruolo in almeno 25 paesi della Sicilia: in altri termini, tutto il territorio sembra essere colpito dall'avanzata del Punteruolo roso, sia pure a chiazza di leopardo. Anche nella Provincia di Trapani son state eliminate 650 palme, delle quali 320 solo a Marsala, su un totale di circa 1400 segnalazioni, mentre a Ragusa oltre 130 alberi sono stati eliminati su circa 160 segnalati (sotto controllo la situazione ad Agrigento, con solo sei casi segnalati).

domenica 23 marzo 2008

Jovanotti e la capacità d'esser da soli

Assieme a mio figlio, qualche settimana fa, abbiamo cominciato ad ascoltare l'ultimo Cd di Jovanotti (Safari). Ascoltando e riascoltando, alcuni brani presto ci sono divenuti familiari: mentre per l'ennesima volta sentivamo "Fango" - una delle nostre preferite, ma anche quella che, con un bel videoclip, ha fatto da traino mediatico all'intero Cd - mio figlio mi ha chiesto in modo impellente: "Ma cosa significano queste parole? Io non riesco a comprenderne il senso!" [riferendosi al refrain della canzone]

io lo so che non sono solo
anche quando sono solo
io lo so che non sono solo
e rido e piango e mi fondo con il cielo e con il fango
io lo so che non sono solo
anche quando sono solo
io lo so che non sono solo
e rido e piango e mi fondo con il cielo e con il fango

Ho cercato di rispondergli, anche se non è stata una cosa semplice.
In effetti, di primo acchito, per chi non ha dimestichezza con la letteratura psicoanalitica, le parole di Jovanotti sembrebbero alquanto enigmatiche e contradditorie. Infatti, ha aggiunto mio figlio:
"Come è possibile che uno dica che non è solo se è da solo?"
Il testo della canzone di Jovanotti, a ben guardare, è denso di ricordi emozionali che sembrano far riferimento alla rielaborazione d'un passato affettivo, in un caleidoscopio di immagini trasfigurate e fatte rivivere nel presente con una forte pregnanza emotiva. Come, ad esempio, illustra questo passaggio,

un uomo guarda la sua mano
sembra quella di suo padre
quando da bambino
lo prendeva come niente e lo
sollevava su
era bello il panorama visto dall'alto
si gettava sulle cose prima del pensiero
la sua mano era piccina ma
afferrava il mondo intero

rinviante alla dimensione infantile dell'esperienza, quella filtrata attaverso lo schermo protettivo degli adulti che, pur essendo silenti oppure discretamente in disparte, sono comunque presenti, poichè costituiscono l'ambiente "primario" dell'infante (e del bambino, successivamente) che inizia ad esplorare il mondo. I genitori ci sono sempre, seppure in modo non invadente (non sempre è necessario fare o dire), rappresentando quella "base sicura" dalla quale, un bimbo può intraprendere con sicurezza le sue escursioni nel mondo con un raggio di autonomia ed indipendenza via via più ampio.
Winnicott, in un suo saggio (
La capacità di essere solo, in Sviluppo affettivo ed ambiente, Armando editore, Roma, 1974), parla proprio di questo: cioè, della "capacità di essere solo" come di uno dei requisiti fondamentali della autonomia e dell'indipendenza.
Ma come si costruisce questa capacità?
Paradossalmente attraverso l'aver sperimentato la condizione (indubbiamente fortificante) dell'essere stati da soli "in compagnia". In particolare, è fondamentale, usando le parole dello stesso Winnicott,
"...l'esperienza di essere solo, da infante e da bambino piccolo, in presenza della madre. In tal modo la capacità di essere solo ha un fondamento paradossale, e cioè l'esperienza di essere solo in presenza di un'altra persona" (op. cit., p.31). Senza questa fondamentale esperienza non può costruirsi nell'individuo la capacità di essere da solo, nè può essere formulata - con una base di attendibilità psicologica - l'asserzione: "Io sono solo", come appunto dice Jovanotti nel suo refrain.
Sempre guardando al pensiero di Winnicott, nella frase
"io sono solo", innanzitutto, la formulazione del pronome "Io" implica il raggiungimento di uno sviluppo emozionale che consente di delimitare un proprio confine interno rispetto al mondo degli altri e alla realtà circostante. Nella combinazione "io sono" si esprime assertivamente la raggiunta consapevolezza del'esistenza d'un ambiente protettivo che consente all'individuo non solo di prendere forma ("Io"), ma anche vita ("sono"). L'enunciazione dell'intera formula "Io sono solo", infine, è espressione della "...consapevolezza che il bambino ha della continuità dell'esistenza di una madre attendibile, la cui attendibilità rende possibile al bambino di essere solo e di godere il proprio essere solo, per un tempo limitato." (ib., p. 35).
Alla luce di ciò, la solitudine non va necesariamente vista come un disvalore, qualcosa da evitare a tutti i costi (la "paura" della soitudine, gli "effetti negativi" della solitudine), ma anzi un elemento forgiante che può assumere, per l'individuo, un valore estremamente positivo.
In queto senso, la capacità d'esser solo è uno degli elementi basilari della "resilienza" cioè della capacità dell'individuo - insieme cognitiva, operazionale, emozionale - di affrontare situazioni stressanti emozionalmente e sotto il profilo esistenziale, oppure prove fisicamente impegnative e sfibranti.
La canzone di Jovanotti, pur con il suo impatto immediato d'una scarsa comprensibilità, ci consente una riflessione di più ampio respiro sul tema della solitudine e della capacità d'esser solo: una riflessione che, profondamente credibile - per come la formula Jovanotti, trae forza da una conoscenza fortemente intuitiva (che, in alternativa, potrebbe essere la conseguenza di un'esposizione personale ad un percorso di conoscenza e di esplorazione del proprio Sè più intimo).
E' comprensibile che i giovani di oggi che sono stati nutriti di televisione e videogiochi, non riescano a decodificare con immediatezza la profondità del testo di Jovanotti. Non possiedono quest'esperienza (quella della solitudine "in compagnia" di cui la scena prototipo è un bambino intento in un suo gioco, mentre la mamma in disparte svolge una sua attività e, ogni tanto, lo "tiene" con lo sguardo), poichè il più delle volte, quando sono stati da soli, da soli lo sono stati per davvero (i genitori fisicamente assenti oppure distratti totalmente da hobby e preoccupazioni) e lasciati davanti a uno schermo, a far loro da balia.
La possibilità "pura" dell'esplorazione e della scoperta, che non sia accompagnata da rumori, musiche, animazioni, effetti da "sballo", ingenera in loro, il più delle volte, noia e fastidio, perchè ad essi manca, appunto, la possibilità di rievocare un proprio patrimonio di situazioni in cui siano stati da soli "in compagnia": situazioni che avrebbero lasciata aperta la possibilità - il più delle volte differita - di sperimentare la condivisione e la relazione prima con i genitori reali e, successivamente, con le imago genitoriali introiettate.

venerdì 7 marzo 2008

Hair - The american love rock musical in tournée italiana: tra luci ed ombre



Dopo l’anteprima nazionale messa in scena al Teatro Colosseo di Torino, Hair (“The american Tribal Love Rock Musical”) il celebre musical ha iniziato la sua tournée italiana. Una delle sue prime destinazioni è stata Palermo, dove è stato rappresentato in due serate consecutive presso il cinema-teatro Metropolitan.

HAIR che, alla fine degli anni Sessanta, fu creato da James Rado e messo in scena a Broadway dal 1968 (dove ha tenuto banco per vari decenni), viene tuttora considerato il primo ed unico “Love-rock musical” che, grazie anche al successivo adattamento cinematografico, ha divulgato in tutto il mondo il messaggio di amore e di pace, nato nell’America di quegli anni ad opera di numerosi movimenti di contestazione giovanile da quelli più politicizzati a quelli “disimpegnati”, ma non per questo meno attivi nel loro pacifismo.
Di questi movimenti, il più appariscente anche per le sue scelte rispetto all’establishment – non programmatiche, ma “vissute”con forte e provocatoria determinazione assieme ad un pizzico di teatralità – fu quello che si coagulò attorno alla filosofia “hippy”, fondata sul triplice principio della rivoluzione psichedelica (di cui uno dei personaggi più carismatici fu Timothy Leary) che sinteticamente era espresso dallo slogan: “Turn on, tune in, drop out”.

Lo spettacolo, cantato e suonato dal vivo, è recitato in italiano da un cast di venti giovani talenti selezionati in Italia e negli Stati Uniti, mentre le canzoni indimenticabili - ormai entrate nella storia della musica - come Aquarious, Sodomy, Ain't Got No, I Got Life, Hair, Let The Sunshine In e riadattate da Elisa alla direzione musicale, sono rigorosamente in lingua originale. Le coreografie sono di David Parsons, geniale coreografo americano, mentre la regia è firmata da Giampiero Solari.
Elisa, che ha lavorato duramente a questo compito e che, per i giovani attori selezionati, ha ricantato personalmente tutto il repertorio di Hair, parlando del suo incarico, ha commentato: "E’ una sfida molto bella, ogni anno mi propongono di fare un musical con le mie canzoni, ma mi sembra un’idea senza senso. Questo lavoro, invece, è come una vacanza. Alcuni brani hanno un’anima così potente - ha continuato - con il mescolarsi del rock bianco e del soul che non potevano essere toccate. Noi però siamo i ragazzi dei rave, dei Daft Punk e, allo stesso tempo, siamo riusciti a farci ispirare ancora una volta dai Doors, dai
Beatles. Ma la scoperta vera sono le tante voci belle, giovani, che abbiamo incontrato, un patrimonio inesplorato".
Sono passati esattamente 40 anni dal debutto di HAIR a Broadway e ancora oggi, in questo adattamento, lo spettacolo - soprattutto nelle coreografie e nei brani cantati - mantiene intatta la travolgente forza musicale e la freschezza originaria del suo esordio, grazie anche alla soluzione di “allargare” la rappresentazione a tutta la platea, con momenti in cui giovani attori si ritrovano a cantare, danzare, piroettare tra il pubblico.
Nella messa in scena, nei testi delle canzoni e nelle battute della sceneggiatura originale si rinvengono temi di straordinaria attualità; la protesta contro la guerra, contro l’intolleranza, la brutalità e la disumanizzazione della società. L’amore, la felicità, la libertà come una possibile alternativa.
Il messaggio di HAIR trascende ogni barriera generazionale o culturale per diventare messaggio universale: nel musical e poi nel film di Milos Forman, comparso un decennio più tardi della prima rappresentazione a Broadway
quando già il movimento hippy aveva cominciato a sfaldarsi, convergono tanti elementi diversi. C’è la rappresentazione di un rituale, di una celebrazione estatica, della protesta civile, di un complesso e colorato happening, d’una commedia e perfino di qualche elemento di una tragedia, assieme alla celebrazione dei valori della solidarietà tra gli uomini, del pacifismo, della non-violenza.

HAIR, ai tempi della sua prima uscita, ruppe ogni regola teatrale, come del resto i suoi protagonisti - gli hippy – decidendo di vivere da “drop-out” ruppero ogni norma sociale stabilita. Se è stata lodevole l’intenzione di riesumare e riproporre al pubblico italiano, questo “classico” del pacifismo, la ciambella non è riuscita perfettamente. Ciò è dipeso per un verso anche per il fondamentale anacronismo dell’operazione (gli hippy sono belli morti e sepolti, considerando che, già nel 1967, alcuni desiderosi di sbarazzarsi dell’ingombrante etichetta avviata a diventare “commerciale”, avevano provocatoriamente celebrato un “funerale all’hippy”), per altri dall’impossibilità di adattarne i contenuti agli scenari contemporanei in cui le grandi idealità d’un tempo (di cui il movimento hippy fu un rigurgito) si sono p
erse per strada e tutti i governi s’impegnano in azioni di guerra il più delle volte ciniche ed interessate a condizione che la definizione di ciò che si sta facendo sia altra (le guerre non-guerre dei nostri giorni: Afghanistan ed Iraq insegnano).
La conseguenza è che, ai più giovani, mancano i presupposti culturali ed emozionale per capire a pieno la storia di Claude e dei suoi amici hippy. Quindi, davanti a questo spettacolo, soprattutto chi ha avuto modo di conoscere (ed amare) quello originario e il film di Milos Forman è andato incontro a qualche cocente delusione, pur avendo deciso di fargli onore e di non disertarlo sulla base di un pregiudizio.
Nel musical e nel film, erano molto strutturate sia la trama sia la parte “recitata” che faceva da ossatura ai più famosi brani musicali. C’era una storia ben riconoscibile, con parti e ruoli che assumevano spessore e profondità. Si capiva bene tutta la vicenda del giovane “contadinotto” Claude, appena arrivato a New York dall’Oklahoma rurale perché ha ricevuto la
cartolina-precetto per il Vietnam, i cui valori, dopo l’incontro con un gruppo di giovani hippy a Central Park, va in crisi. Claude, attraverso l’amore per una delle ragazze e l’affetto disinteressato da parte di tutti gli altri (che, nelle estreme conseguenze, giunge al “sacrificio” di Berger), riusciva ad intravedere un mondo nuovo e a farsene plasmare. La “storia” (c’è sempre bisogno di storie) faceva trepidare il pubblico, lo faceva indignare, commuovere: non era affatto banale, ma anzi portatrice di forti valori morali. Nell’adattamento attuale, tutto questo è venuto a mancare: le parti recitate sono deboli e confuse, i singoli personaggi non riescono a staccarsi dallo sfondo di un gruppo “fusionale” ed indifferenziato. Ciò è in parte dovuto ad una scelta di regia molto precisa, ma anche – probabilmente – ad una scarsa esperienza recitativa dei singoli personaggi che, più che attori, sono ballerini e canterini di gruppo, non possedendo, singolarmente presi, né una grande presenza scenica né abilità canore tali da consentirgli di avventurarsi in performance soliste, come è nella partitura originaria.
Gli adattamenti musicali sono in massima parte buoni e supportati da scelte coreografiche valide, anche se a livelli minimali: sono veramente pochi quelli che raggiungono una grandissima potenza espressiva e che si librano alti. E, in ogni caso, rispetto allo spettacolo originario, sono state privilegiate le parti corali, mentre sono state escluse i canti solisti che, secondo la migliore tradizione del soul e del gospel, a tratti, si distaccano dal coro. Il proporre Hair al pubblico giovanile nostrano (anche se nella platea molto affollata non mancavano i nostalgici, nel ’68 appena ventenni, come i ventenni del ’79 che, senza aver conosciuto il musical, s’appassionarono con il film di Forman) rischia seriamente di non veicolare più alcun messaggio: se i nostalgici si sono indignati per la mancata aderenza dell’attuale adattamento al testo originario, sono ben lontani oggi i presupposti per comprendere il senso della protesta pacifista di quel tempo.
Vero è che la regia, in fase di apertura, proprio nel tentativo di contestualizzare il musical, ha scelto di proiettare su un maxi-schermo alle spalle degli attori immagini della guerra in Vietnam e della protesta civile contro di essa, ma questo stimolo è rimasto, secondo alcuni, troppo debole e poco incisivo. Forse, per riattualizzare e rendere così il messaggio di pace veramente universale sarebbe stato il caso di elaborare un video che, pur sempre partendo dal Vietnam fosse corredato con un patchwork di immagini a partire dall’11 settembre sino a nostri giorni, mettendoci denro - se possibile - anche alcune rappresentazioni di ciò che è avvenuto - avviene - in Afghanista
n, in Iraq e sulla recente - attualissima - aggressione dei Palestinesi della Striscia di Gaza da parte degli Israeliani. Questo sì che sarebbe stato parlare! Ma per far ciò ci sarebbe voluta una dose di coraggio mediatico non indifferente.
Scollata dall’attualità di quel tempo, peraltro, l’operazione non è riuscita molto bene e s’è risolta in una banalizzazione: se nelle scene individuali la capacità discorsiva dei singoli personaggi sembra essere azzerata e priva di ogni dialettica, in quelle corali i giovani hippy - con il loro discorrere spezzato, con le loro risatine idiote, con i gemiti e i sussurri che simulano i momenti dell’amore, con le loro battute di stupido adattamento a linguaggi e culture regionali, producono soltanto un “balbettamento” comunicativo, finendo con il dare l’impressione di essere – in pieno accordo con gli stereotipi giornalistici dell’epoca e, purtroppo, anche attuali - un branco di rincoglioniti, annebbiati dalla droga, che poco hanno da dire se non un coacervo di parole stereotipate e fasulle.

"HAIR- The Tribal Love Rock Musical"

Direzione musicale: Elisa

Coreografie: David Parsons

Regia: Giampiero Solari

Image consulting e regista collaboratore: Luca Tomassini

Regista collaboratore: Nicoletta Robello

Produttore musicale esecutivo: Ali Soleimani Noori

Costumista: Francesca Schiavon

Luci: Marcello Mazzetti


mercoledì 5 marzo 2008

Lo scafandro e la farfalla, ovvero il vincolo e la possibilità

Ho visto di recente questo film: come tutte le storie vere che riguardano disabilità e malattia è risultato toccante e coinvolgente e di non facile fruizione. Tuttavia, la storia di Jean-Dominique Bauby ha tanto da insegnare a tutti. E' la storia dell'invicibile vitalità di un uomo imprigionato dentro il suo corpo
“Lo scafandro e la farfalla”, realizzato dal regista Julian Schnabel è un film che, con quasi nessuna concessione alla retorica e al facile pietismo, rende un omaggio accorato a tutti coloro che vengono "salvati" dalla medicina contemporanea per essere consegnati ad una vita – a volte prolungata – letteralmente "imprigionati" all’interno di un corpo danneggiato – senza averlo voluto – e costretti a vivere sofferenze che, in altri tempi, una natura certamente più benigna - seguendo il suo corso - avrebbe loro risparmiato. La condizione veramente "estrema", in casi come quello raccontato dal film e dall’omonima opera autobiografica, non è la morte (che, come è nel corso naturale degli eventi, spesso può arrivare per un incidente improvviso ed imprevedibile) ma il dover vivere "ai confini", esclusi dal corso principale dell'esistenza e rinchiusi in un mondo che si è fatto improvvisamente ristretto e claustrale. Il protagonista del film e, nella vita, accorato narratore d’una storia toccante ed intensa è Jean-Dominique Bauby (affettuosamente per gli amici: Jean-Do): egli è autenticamente imprigionato nel suo corpo, poiché soffre d'una sindrome neurologica che, in passato, non veniva riconosciuta: a questi pazienti era assegnata una diagnosi di stato simil-comatoso (rubricato, in alcuni casi, come “coma vigile”) che comportava una rinuncia preventiva a qualsiasi tentativo di comunicazione da parte del personale curante. Più di recente, le evidenze cliniche hanno suggerito che, per alcuni soggetti, vi fosse uno stato di piena coscienza celato dalla paralisi di tutte le funzioni relazionali. Questi casi ricadono oggi nell'ambito della cosiddetta "locked-in syndrome" , ovvero - per spiegare il termine inglese - la sindrome dell'uomo "intrappolato" o "chiuso dentro". In questi casi, un accidente neurologico - il più delle volte a carico delle strutture del tronco cerebrale, intermedie tra i centri nervosi superiori ed il midollo spinale - provoca l'interruzione delle connessioni tra il cervello e tutta la periferia del corpo (inclusa la maggior parte dei distretti somatici innervati dai nervi cranici). Superata la fase acuta, le funzioni corticali superiori si riattivano e, quindi, l’individuo, pur essendo di nuovo capace di articolare pensieri ed affetti, di evocare ricordi, di sentire, di percepire, di vivere stati onirici, non ha più la facoltà di convogliare alcun impulso alla periferia del corpo e verso l'esterno. Ne consegue che è bloccata qualsiasi possibilità di movimento, di parola, di comunicazione e di relazione con gli altri e con il mondo, ma anche fortemente limitata la capacità di raccogliere le sensazioni provenienti dall'esterno: in altri termini, il paziente affetto da "locked-in syndrome" è brutalmente - ed irrevocabilmente (per quanto nella casistica limitata disponibile siano stati descritti casi di ritorno ad una possibilità di interazione) - imprigionato all'interno del proprio corpo che diventa – a tutti gli effetti - una prigione (il più delle volte "artificiale") e che, non fosse per la complessa assistenza medica ed infermieristica cui questi malati devono essere sottoposti giornalmente, sarebbe votata alla morte fisiologica per una serie di inevitabili complicanze. Unico spiraglio di contatto con il mondo è garantito dal fatto che la persistenza di alcuni residui di innervazione periferica da parte dei nervi cranici (che assicurano il mantenimento delle sensorialità di base: vista, udito, olfatto) consente il contatto in entrata con la realtà.

E’ proprio il caso di Bauby, protagonista del film e narratore in prima persona della storia pubblicata qualche anno fa, con titolo identico. Jean-Do può vedere attraverso un unico occhio, la cui funzionalità è rimasta intatta, e aprire e chiudere la palpebra. Per lui l’occhio è divenuto un vero e proprio oblò spalancato sul mondo, attraverso il quale può captare avidamente ciò che rientra nel suo limitato campo di osservazione e può costruire una relazione. Superato lo shock emotivo, legato al raggiungimento della traumatica consapevolezza d’essere imprigionato dentro un corpo immobile, Bauby impara a comunicare utilizzando il battito della sua palpebra, con un elementare codice binario (sì/no) e a comporre singole parole, scegliendo le singole lettere dell’alfabeto con un sistema computazionale.

Pur chiuso dentro lo “scafandro” (che è il corpo divenuto immobile e pesante), Bauby riesce a travalicare - con la fantasia e con l’accesso ad una dimensione onirica nella quale di tanto in tanto scivola la sua mente – i suoi limiti. La fantasia e i ricordi di ciò che ha vissuto sino a prima dell’ictus, rendono ricca e traboccante la sua vita interiore, spingendolo a costruire - parola dopo parola, capitolo dopo capitolo - la sua storia e a raccontarla con il battito della palpebra.

Se il corpo di Jean-Do è lo scafandro (il corpo trasformato in prigione), egli è - nello stesso tempo - la farfalla che, strumento di evasione dal claustrum, rappresenta il volo della fantasia ed il turbine dei ricordi vivissimi della vita precedente ed è anche quel lieve battito della palpebra, unica possibilità di legame con gli altri e di rapporto con il mondo.

La storia di Bauby, struggente e melanconica, ma al tempo stesso densa di vitalità, ci dice tanto sulla possibilità dell’essere umano di adattarsi a condizioni estreme, trovando la possibilità di risorgere da cadute devastanti. Bauby, con la sua storia, ha consegnato all’umanità il lascito di una profonda lezione morale su come fare per uscire dalla lacerante e malinconica disperazione di un’esistenza apparentemente spezzata nella sua vitalità.

È una lezione su cui tutti dovrebbero meditare, in sintonia, peraltro, con le soluzioni di pensiero prospettate dalla seconda rivoluzione della cibernetica, in cui il vincolo si trasforma in possibilità, esplorate da Mauro Ceruti ("Il vincolo e la possibilità", Feltrinelli).

“Gli sviluppi degli esseri auto-eco-organizzatori ci consentono di comprendere ciò che è stato inconcepibile per la scienza: l'autonomia dei sistemi fisici, dei sistemi biologici, dei sistemi cognitivi. L'autonomia non si emancipa dai vincoli. Si costituisce al contrario all'interno della dipendenza ecologica e, per noi stessi umani, della dipendenza sociale e culturale. La libertà umana è la possibilità interna di operare delle scelte, e ciò presuppone vincoli interni del nostro cervello, della nostra mente e della nostra cultura. Perché questa possibilità interna possa esprimersi occorre la conoscenza dei vincoli esterni, cioè dei determinismi da utilizzare e da evitare, e occorre anche la conoscenza delle possibilità esterne, cioè delle zone di indeterminazione e di incertezza fra i vincoli”.

Sono tanti quelli che ci hanno raccontato (o scritto) la loro storia, come ad esempio Piergiorgio Welby o il personaggio letterario - altrettanto emblematico - creato da Dalton Trumbo protagonista del romanzo “E Johnny prese il fucile”, che ridotto dalle ferite di guerra (ai tempi della I Guerra Mondiale) ad un tronco privo di braccia e gambe, senza più possibilità di articolare parola, impara ad uscire dalla prigione del suo corpo battendo con la testa l’alfabeto Morse. O ancora, non si può non citare qui Rosanna Benzi che, essend stata condannata dalle complicanze d’una polmonite virale a passare la sua vita in un polmone d’acciaio (il suo “scaldabagno” – soleva ironizzare), non ha lasciato che i vincoli della sua condizione mortificassero la sua vita, e ha condotto numerose battaglie a favore dei diritti dei disabili, fondando e dirigendo sino alla sua morte una rivista stampata in seimila copie («Gli altri»), e scrivendo anche due libri («Il vizio di vivere», «Girotondo in una stanza», Rusconi Editore), uno dei quali è diventato un film diretto da Dino Risi, con Carol Alt protagonista.

Come ci mostrano tutti questi straordinari personaggi, il segreto per la sopravvivenza interiore è proprio questo: riuscire a far sì che i vincoli diventino elemento propulsore per esplorare nuove possibilità e modalità di adattamento.

La locked-in sindrome: cos’è?

La "locked-in syndrome" (letteralmente "chiuso dentro", dunque: imprigionato) è una condizione caratterizzata da tetraplegia, diplegia facciale, paralisi labio-glosso-faringea, paralisi laringea, con conservazione della motilità oculare (almeno sul piano verticale), e dell’ammiccamento, coscienza e funzioni mentali integre e possibilità di stabilire un codice di comunicazione tra paziente ed esaminatore. Se qualche altra minima possibilità di controllo motorio è presente è possibile considerare tale condizione come una locked-in incompleta. Il più delle volte tale condizione è associata ad una lesione pontina ventrale di varia eziologia ( emorragica, ischemica, contusiva etc.). Una simile lesione risparmia abitualmente le vie della sensibilità somatica, la formazione reticolare tronco-encefalica responsabile della vigilanza e dello stato di allerta, alcuni raggruppamenti neuronali mesencefalici che permettono il sollevamento delle palpebre e la motilità oculare sul piano verticale, il diencefalo e gli emisferi cerebrali, interrompe invece le vie cortico-bulbari e corticospinali, privando il paziente della capacità di rispondere in qualsiasi modo eccetto che con lo sguardo verticale e con l’ammiccamento. Gravi polineuropatie possono avere un effetto del tutto simile in assenza di un coinvolgimento diretto a carico del sistema nervoso centrale. Abitualmente tale quadro sindromico segue una fase di coma vero e proprio o come condizione transitoria suscettibile di evolvere verso un parziale recupero del controllo motorio o, più spesso, come uno stato permanente. Naturalmente, la locked-in syndrome ha ispirato alcuni scrittori, come ad esempio l’inglese Mark Billingham che, nel suo thriller, “Collezionista di morte” immagina che un serial killer vada alla ricerca del delitto perfetto consistente, nei suoi intenti, alla realizzazione della sindrome nelle sue vittime, per mezzo di una abile compressione dell’arteria vertebrale, combinata con la somministrazione di alcuni farmaci che svolgono una funzione depressiva sull'attività dei centri respiratori. Il grande Jack London, in un romanzo del tutto insolito rispetto alle sue tematiche (Il Vagabondo delle stelle), è riuscito peraltro a descrivere con grande efficacia la potenza della fantasia e dell'immaginazione come strumenti per sfuggire a condizioni somatiche fortemente mortificanti e costrittive. Questa, molto in sintesi, la trama.
Il protagonista, accusato di far parte d'un gruppo anarchico responsabile di attentati dinamitardi e rinchiuso nel braccio della morte del carcerre di Saint Quentin, in attesa dell'esecuzione, viene sottoposto regolarmente a torture e costretto in una camicia di forza dai suoi carcerieri che tentano di estorcergli delle confessioni che portino a smascherare l'intera rete terroristica. Con straordinaria autodisciplina, egli riuscirà a trasformarsi in uno sciamano capace di attraversare le barriere del tempo e dello spazio come muri di carta, divenendo appunto il "vagabondo delle stelle" evanificando le sempre più estreme condizioni di mortificazione cui è costretto. Ultimo romanzo di Jack London, "Il vagabondo delle stelle" che apparve per la prima volta nel 1915, anticipa in modo singolare alcune delle torture "psicologiche" messe in atto in tempi moderni e per noi molto attuali (basti pensare a ciò che è accaduto a Guantanamo o ad Abu Ghraib) e per ottenere, attraverso forme di "sensory deprivation", l'abbattimento dei fondamenti dell'identità personale e sociale dell'individuo torturato, inducendolo così a rendere piene e aperte confessioni, senza più il vincolo di fedeltà e lealtà al proprio gruppo di riferimento. Il romanzo illustra anche il potere dei meccanismi dissociativi della psiche per evadere da condizioni di vita intollerabilmente costrittive, studiati in modo approfondito solo negli ultimi anni.


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